Cosa vuol dire parlare di pace

Foto da Pixabay

Viviamo in un mondo in cui l’interazione umana è cresciuta esponenzialmente, favorita dalla mobilità e soprattutto dall’avvento dell’“interazione artificiale”. Questo aumento, tuttavia, comporta anche un innalzamento delle tensioni e dei conflitti, che fatichiamo ancora a gestire in modo adeguato. Purtroppo, si torna a pensare che la violenza possa essere una risposta, in ambito personale come nelle relazioni internazionali, dove i conflitti vengono spesso affrontati solo con l’uso delle armi. A peggiorare la situazione contribuiscono disuguaglianze profonde e un linguaggio pubblico sempre più intriso di rancore e paura. Parlare di pace quindi, non è un’illusione, ma una necessità urgente. Significa attraversare i conflitti e affrontarli con gli strumenti della nonviolenza.

È con questo spirito che nasce il progetto “Peace at Work. L’Italia del lavoro costruisce la pace”, promosso dalle Acli e sostenuto da numerose realtà sociali. Il percorso prenderà la forma di una carovana che attraverserà l’Italia fino a Strasburgo, cuore dell’Europa democratica, toccando i luoghi della fatica e della speranza, ascoltando chi ogni giorno sostiene il Paese con il proprio lavoro. Vogliamo affermare con forza che la pace è possibile, ma deve diventare una priorità politica, educativa, economica e sociale. E questa priorità deve partire da chi lavora. La pace non nasce dai trattati: questi ne sono, semmai, la ratifica. La pace prende corpo in condizioni di vita giuste, nella gestione nonviolenta dei conflitti e in un lavoro dignitoso. La nostra Costituzione, nata dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale, pone il lavoro al centro della vita repubblicana. Laddove ci sono precarietà, emarginazione, sfruttamento e rabbia, si crea terreno fertile per la violenza.

“Peace at Work” vuole affermarlo chiaramente: la pace è anche frutto del lavoro. Perché lavorare con dignità significa riconoscere il valore dell’altro, rispettarne i diritti, promuovere inclusione e contribuire al bene comune. Solo così si può costruire una società coesa, basata su fiducia e responsabilità reciproca. Questi sono i veri mattoni della pace, quella vera, duratura. Ai giovani, troppo spesso esclusi dalle politiche pubbliche, vogliamo dire: non rassegnatevi all’idea che la pace sia una parola vuota o una causa perduta. La pace in Europa è stata conquistata con sofferenze immani e rappresenta un’eredità preziosa. Ma non è garantita: va custodita e rinnovata. E oggi più che mai ha bisogno del vostro impegno, della vostra energia generativa, del vostro coraggio visionario. Non lasciate che siano altri a decidere il mondo che verrà. Siate artigiani di pace, con gambe forti per camminare e sogni arditi.

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