Cosa dimostra l’iniziativa della Corte suprema Usa

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La decisione ancora non è stata presa ufficialmente ma la fuga di notizie di questi giorni, che non è mai stata smentita, conferma che la Corte Suprema degli Stati Uniti si appresta ad abbattere la storica sentenza del 1973 Roe vs Wade con cui l’aborto è stato reso legale in America.

Cinque giudici su nove del massimo organo giurisprudenziale Usa hanno firmato l’opinione redatta da Samuel Alito, secondo cui “La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto, e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale”.  “Lungi dal portare a una soluzione nazionale della questione dell’aborto – si legge ancora nel parere uscito sulla stampa – Roe e Casey hanno infiammato il dibattito e approfondito le divisioni. È tempo di dare ascolto alla Costituzione e restituire la questione dell’aborto ai rappresentanti eletti del popolo”.

Tutto questo succede perché i giudici della Corte sono stati chiamati a pronunciarsi su una legge del Mississippi che vieta l’aborto dopo le 15 settimane di gestazione, in contrasto con la sentenza Roe vs Wade di quarantanove anni fa che permette l’interruzione di gravidanza fino al momento della sopravvivenza del feto fuori dall’utero. La sentenza del 1973 ha di fatto creato un far west, con alcuni Stati Usa che consento l’aborto anche fino al nono mese di gravidanza, tramite alcune deroghe che aprono crepe in cui alla fine può passare tutta la casistica. Tant’è che in questi cinque decenni gli Stati a maggioranza democratica hanno allargato sempre più le maglie dell’accesso all’aborto, anche grazie al sostegno della Planned Parenthood, vera e propria industria dell’interruzione di gravidanza con una rete di centinaia di cliniche, mentre gli stati governati dai repubblicani stanno andando nella direzione opposta, ovvero quella delle restrizioni più stringenti. Due esempi di queste politiche contrapposte sono lo Stato dell’Oklahoma, dove questa settimana il governatore repubblicano Kevin Stitt ha firmato e convertito in legge il divieto di aborto dopo la sesta settimana di gravidanza, e lo Stato di New York che circa due anni fa ha reso possibile l’abortire fino al nono mese se sussistono particolari condizioni di rischio psico-fisico per la madre o di malattia del bambino. Sempre a New York è possibile abortire in qualsiasi condizione fino alla 24 settimana (oltre il quinto mese di gravidanza).

Questa spaccatura si riflette su tutta la società americana e a Washington gruppi pro-choice e pro-life hanno già tenuto le prime manifestazioni, gli uni per contestare e gli altri per sostenere la decisione della Corte. Intanto il presidente della Corte Suprema John Roberts, l’unico dei nove giudici a non aver firmato né la bozza della maggioranza né il dissenso della minoranza, ha avviato un’indagine sulla fuga di notizie. Il timore dei conservatori e dei movimenti per la vita è che le anticipazioni sulla decisione che verrà ufficializzata dalla Corte solo a fine giugno hanno creato un clamore e contestazioni di un livello tale che alcuni giudici che compongono l’organismo possano cambiare idea.

In tutti i casi la revisione della sentenza che nel 1973 legalizzò l’aborto è una iniziativa epocale che riflette una sensibilità per la difesa della vita nascente sempre più diffusa. Anche grazie alle scoperte scientifiche e a strumenti diagnostici sempre più accurati nessuno oggi parla più di “grumo di cellule” in riferimento al feto nel grembo materno. Tutti hanno contezza di cosa sia il continuum tra vita prenatale e quella fuori dal grembo e del rapporto unico, anche dal punto di vista biologico, che lega la madre al bambino (le cellule fetali del figlio rimangono nell’organismo della madre per mesi anche dopo il parto). Ridurre tutto ad una scelta privata della donna, che spesso viene lasciata sola davanti a decisioni difficili in momenti drammatici, è stato un inganno verso le madri più vulnerabili che non potevano giovare nemmeno di una mano tesa.

In Italia la stessa legge 194 non è mai stata applicata nella parte che esorta ed eliminare qualunque ostacolo che induca la donna a non portare a termine la gravidanza. Quindi, il dibattito in atto negli Stati Uniti, qualunque sarà la scelta finale dei giudici, ci dice che non è un destino ineludibile la deriva mortifera in atto in tutto l’Occidente, che la battaglia in direzione della vita può essere fatta e anche vinta almeno sul piano culturale. Quello che succede in America dà nuova linfa anche ai tanti movimenti prolife europei. Un segno in questa direzione sarà la manifestazione Scegliamo la vita che sfilerà per le strade di Roma sabato 21 maggio. Anche solo tramite la contaminazione delle coscienze si può costruire un mondo dove non sia immaginabile la soppressione di una vita umana.

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