Consumo d’acqua e funzionamento data center: esiste una via sostenibile?

Foto di David Becker su Unsplash

L’intelligenza artificiale è al centro dell’attenzione mondiale, tra investimenti miliardari e un utilizzo sempre più diffuso, ma dietro questa corsa verso il futuro si nasconde una questione poco discussa: il consumo d’acqua. I modelli di AI girano su server collocati nei data center, strutture che necessitano di enormi quantità di energia e generano calore costante. Per mantenerli in funzione e impedire che si surriscaldino, la maggior parte dei centri si affida a sistemi di raffreddamento che, nella maggior parte dei casi, usano acqua. Ciò significa che la crescita dell’intelligenza artificiale comporta anche un impatto crescente sulle risorse idriche, già messe a dura prova dal cambiamento climatico e dall’aumento della domanda globale.

Il consumo d’acqua dei data center si manifesta in due forme distinte: quella diretta, legata al raffreddamento degli impianti, e quella indiretta, legata all’energia necessaria a farli funzionare. Se la prima è visibile e misurabile nelle reti idriche locali, la seconda rappresenta spesso la quota maggiore, perché produrre elettricità richiede a sua volta acqua, soprattutto nei sistemi energetici basati su combustibili fossili. Secondo stime recenti, fino all’80% dell’impronta idrica complessiva dei data center deriva proprio dal lato energetico.

Negli Stati Uniti, dove si concentra circa il 40% dei data center mondiali, il consumo diretto nel 2023 è stato valutato in 17,5 miliardi di galloni, equivalenti a circa lo 0,3% della fornitura pubblica nazionale. A livello percentuale il dato può sembrare ridotto, ma se si guarda alle singole comunità la prospettiva cambia radicalmente. In Georgia, alcune richieste di nuovi impianti hanno superato l’intero consumo giornaliero di un’intera contea, sollevando dilemmi politici e sociali: fermare gli investimenti, imporre soluzioni di raffreddamento alternative, spendere in nuove infrastrutture o scaricare il peso sui cittadini, fino ad arrivare a ipotesi di razionamento. In Arizona, d’estate, la domanda d’acqua di un singolo data center può arrivare a raddoppiare rispetto al resto dell’anno, sovrapponendosi ai picchi di consumo domestico e agricolo.

La parte più nascosta ma più pesante è però quella legata all’energia. Negli Stati Uniti il settore elettrico consuma circa 1,2 galloni d’acqua per ogni kilowattora prodotto, e ogni singola risposta generata da un modello come GPT-3 comportava, in media, quasi 17 millilitri di acqua, gran parte dovuti proprio all’elettricità necessaria. È probabile che i modelli più recenti abbiano ridotto questi valori grazie a miglioramenti di efficienza, ma la sproporzione tra uso diretto e indiretto resta evidente.

Le soluzioni non mancano, ma implicano scelte complesse. L’uso dell’evaporazione è ancora diffuso perché economico ed efficiente, ma impatta sulle comunità locali quando l’acqua scarseggia. Sistemi alternativi come il raffreddamento ad aria o a immersione riducono l’uso diretto di acqua, ma spesso richiedono più elettricità, aumentando così il consumo indiretto. Alcuni data center sperimentano soluzioni a “circuito chiuso”, con riciclo totale dell’acqua, oppure utilizzano acqua non potabile o di scarico, riducendo la pressione sugli acquedotti cittadini. In altre aree si punta a combinare sistemi di stoccaggio termico o di accumulo idrico per gestire i picchi di domanda, senza sottrarre risorse nei momenti critici.

Il dilemma si gioca sempre tra due livelli: l’impatto locale sull’acqua e quello globale sul clima. In regioni aride, la priorità è azzerare o ridurre al minimo l’uso diretto di acqua, anche se ciò comporta più consumi energetici; in regioni umide ma con reti elettriche basate sul carbone, conviene invece ottimizzare il lato energetico, anche accettando una maggiore domanda idrica. Finché le fonti rinnovabili non diventeranno predominanti, queste scelte di bilanciamento resteranno inevitabili.

Il futuro dell’intelligenza artificiale non potrà prescindere da una visione più ampia, in cui sostenibilità significa anche saper affrontare questi compromessi. Se l’AI promette di aiutare a gestire meglio le risorse del pianeta, non può contemporaneamente contribuire a sprecarle. L’acqua è già al centro di conflitti e tensioni sociali in molte parti del mondo: ignorarne il ruolo nelle infrastrutture digitali sarebbe un errore che rischia di trasformare un progresso in un nuovo fattore di fragilità.

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