“Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua” (Confucio)
A dispetto di certa narrazione, il mercato del lavoro italiano vive oggi una fase davvero dinamica. La lunga stagnazione sembra essersi interrotta una volta per tutte, e si aprono scenari che fino a ieri parevano impensabili. In questi giorni rimbalza ovunque la notizia: occupazione e tasso di partecipazione ai massimi storici, disoccupazione in calo, persone in cerca di lavoro in calo, inattivi in calo. Qualcuno ha festeggiato il ribasso mensile di ottobre del tasso di disoccupazione, ma è più giusto essere prudenti, poiché i dati congiunturali possono ingannare. Su base annua, però, il trend è altrettanto positivo.
Il vero protagonista, però, non è la disoccupazione, ma l’occupazione: ad ottobre 2025 il tasso ha toccato il 62,7%, il livello più alto da quando l’Istat ha iniziato le rilevazioni, cioè dal gennaio 2004. Perché questo numero conta più degli altri? Semplice: il tasso di disoccupazione può scendere anche perché tanti si arrendono e smettono di cercare, mentre il tasso di occupazione misura quanti davvero lavorano rispetto all’intera popolazione in età lavorativa. È l’indicatore, forse, più valido nella valutazione dello scenario.
A ottobre gli occupati hanno raggiunto 24 milioni 208 mila persone, 75 mila in più del mese prima. La composizione: 16 milioni 468 mila a tempo indeterminato, 2 milioni 514 mila a termine, 5 milioni 227 mila autonomi. Su base annua il saldo è ancora più robusto: +224 mila occupati, di cui +288 mila contratti stabili, +123 mila autonomi e –188 mila a tempo determinato.
Traduzione: la crescita dei contratti permanenti è forte, e la variazione degli autonomi è troppo contenuta per poter parlare di “finte partite Iva” create ad arte. Bene anche i giovani: la disoccupazione under-25 è scesa al 19% (ancora altissima, ma in netto miglioramento), e gli inattivi 15-64 anni sono calati di 171 mila unità in un anno.
Fin qui sembrerebbe tutto splendido. E invece no. Questi numeri brillanti hanno un rovescio della medaglia che si chiama produttività e, subito dopo, salari. Il Rapporto Annuale 2025 del CNEL è impietoso: tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media dello 0,2% l’anno. L’Europa a 27 Paesi ha fatto +1,2%, la Germania +1,0%, la Francia +0,8%. Negli ultimi cinque anni siamo addirittura andati indietro dello 0,1% annuo, e l’unica cosa che è cresciuta è la quantità di ore lavorate.
Tre sono le cause profonde. Prima: il capitale umano viene trattato come un costo da comprimere, non come una leva strategica. Questo è quasi inevitabile quando il 94,7% delle imprese ha meno di 10 addetti, e metà degli italiani lavora in aziende sotto i 20 dipendenti. Seconda: gli investimenti intangibili sono al palo. Nel 2023 l’Italia ha speso in ricerca e sviluppo l’1,4% del PIL, la Germania ad esempio il 3,1%. In software e proprietà intellettuale, poi, la distanza è ancora più ampia. Si continua a preferire mattoni e macchinari a cervelli e codice. Terza: per decenni la politica ha pompato settori a bassa produttività come edilizia e turismo. Comparti importanti, per carità, ma che da soli non trainano un Paese e anzi accentuano la polverizzazione del tessuto imprenditoriale.
Eppure, quando le imprese italiane raggiungono una dimensione significativa, succede la magia. Le aziende tra 50 e 2.000 dipendenti, infatti, producono, secondo Eurostat, oltre 16.000 euro di valore aggiunto per addetto in più delle omologhe tedesche e sono tra le più innovative al mondo. Le grandi sono perfettamente allineate ai competitor europei. Peccato che siano meno di 10.000 in tutta Italia. Il resto è micro, spesso sopravvive a stento e compete solo tagliando il costo del lavoro.
In un sistema così, sperare in una crescita salariale diffusa capace di raggiungere i livelli di Germania, Francia o, ultimamente, persino della Spagna resta un miraggio. Più occupati sì, ma con buste paga compresse, la domanda interna resta debole, gli investimenti privati pure, e il PIL continua a crescere col contagocce.
Allora la domanda vera è una sola: a che serve aggiungere centinaia di migliaia di posti di lavoro se poi non si traduce in benessere diffuso? La risposta richiede una piccola rivoluzione culturale. Imprenditori, lavoratori e soprattutto politica devono lasciarsi alle spalle slogan tipo “piccolo è bello” o “il nostro petrolio è il turismo” e puntare su innovazione reale, investimenti intangibili e crescita dimensionale delle imprese. Solo così l’occupazione record di oggi diventerà la ricchezza di domani.

