Cinque lezioni di speranza in tempo di epidemia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:02

Avevamo chiuso il nostro precedente incontro accennando alla virtù, teologale e umana, della speranza. L’intera Storia della Salvezza e la Sacra Scrittura sono intrise di speranza e Papa Benedetto XVI nel 2007 scrisse una bellissima enciclica, “Spe Salvi“, su questo tema. Viene, dunque, da chiedersi che cosa potremmo mai dire in più rispetto a quanto è già stato autorevolmente detto e scritto. Certamente nulla. Dunque, questo piccolo contributo sta nella lettura dei fatti che stanno accadendo nella prospettiva della speranza, come via sicura perché possiamo essere aiutati e salvati in mezzo alle tenebre che questa pandemia ha disteso su tutta l’umanità.

Ora che il trend dell’infezione sembra gradualmente decrescere, facendo intravedere la possibilità della ripresa, le domande si affollano nella mente di tutti. Che cosa cambierà? Come e in che cosa siamo cambiati? Sta per nascere un “mondo nuovo”? Un mondo diverso: come? Fermo restando che non possiamo fare altro che formulare ipotesi, perché solo Dio conosce che cosa accadrà domani, sarebbe sbagliato non interrogarsi, a partire da quanto abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo nell’isolamento forzato (eufemisticamente chiamato “distanziamento sociale”) in cui COVID 19 ci ha relegato. Non siamo in grado, dunque, di affermare certezze, ma certamente abbiamo la possibilità ed il dovere di formulare auspici e “speranze”.

Dunque, propongo di usare la parola “speranza” come incipit ad ogni argomentazione. Innanzitutto, speriamo di avere imparato la lezione fondamentale: l’uomo non è né onnipotente né onnisciente, né immortale. L’uomo non è Dio. Per chi ancora vagheggiasse l’idea di un superuomo (“oltreuomo” lo chiamava Nietzche) padrone del mondo, totalmente autosufficiente, basta che si faccia un rapido ripasso delle statistiche di questi giorni in termini di malati e morti, segno di un’impotenza e vulnerabilità talmente grandi che l’unica arma che abbiamo potuto opporre è stata la reclusione forzata in casa e l’annullamento radicale di ogni forma di socialità. Nella speranza che il terribile ed incontrollabile virus faccia rapidamente il suo corso e ci dia la grazia – bontà sua – di ritirarsi. Non un’arma, non una medicina, non una difesa, non un rimedio efficace, salvo prendere tempo sperando che l’epidemia se ne vada per conto suo.

Seconda lezione: speriamo che si sia recuperato il valore della vita e della salute. Credo che tutti abbiamo ancora nelle orecchie tuttologi di ogni genere e tipo che ci ammaestravano ad idee del tipo che la vita e la morte sono scelte personali, che il “bene” salute e vita è alla stregua di un bene materiale – come una macchina, un vestito, un paio di scarpe –  completamente nella disponibilità dell’individuo: da qui la rivendicazione di veri deliri come i diritti di aborto, eutanasia, suicidio assistito, diagnosi prenatali per scovare l’imperfetto, manipolazione genetiche. Si può scegliere di vivere e scegliere di morire: che differenza fa? Si può scegliere di eliminare le vite di scarto, indegne del mondo efficiente del superuomo! Girando in queste settimane nei reparti COVID del mio ospedale, quante volte, guardando quelle persone che lottano per la vita in mezzo a grandi sofferenze, mi sono chiesto come si è potuto arrivare alla follia della cultura del diritto di morire. Si sono sacrificate vite per salvare altre vite: questo è e fa una vera società civile!

Terza lezione: speriamo che si torni a considerare il ruolo della medicina e del medico nella loro peculiarità. Difesa della vita, lotta contro la malattia, lenimento del dolore. E’ una tragica contraddizione in termini pensare ad un medico agente di morte, che stacca respiratori, arresta trattamenti di sostegno vitale, somministra farmaci letali. Solo una malefica perversione radicale della deontologia e del ruolo sociale del medico può immaginare un “professionista della morte”. Per carità, nella storia anche recente, abbiamo già assistito a nefandezze del genere, ma – se non sbaglio – dopo il Processo di Norimberga, avevamo solennemente giurato che mai più la medicina si sarebbe asservita all’ideologia – ogni ideologia – negatrice della vita. Poi, nel nostro Paese, viene il 1978/81: un bimbo può essere legalmente ucciso nel ventre materno, l’eugenetica riacquista di fatto diritto di cittadinanza ed eliminare un bimbo Down non è più un crimine contro l’umanità.

Al contrario, il cosiddetto diritto alla salute della donna, con il correlato “diritto alla salute riproduttiva”, diventano simboli di emancipazione sociale. In queste settimane più di una voce ha definito medici e personale sanitario come  “eroi” che combattono per la vita. Il sentimento di riconoscenza è certamente genuino ed apprezzabile, ma va detto con chiarezza che noi medici non siamo eroi, il nostro attuale operato non è frutto di eroismo, ma è semplicemente il compimento del nostro dovere, che abbiamo liberamente scelto e per il quale abbiamo studiato: il dovere di curare i malati, non di ucciderli (neanche in caso di loro richiesta, come recita il nostro giuramento).

Papa Francesco non ha mancato di alzare la Sua autorevole voce: ha parlato di eliminazione degli innocenti “in guanti bianchi” e l’undici aprile scorso, lanciando l’appello contro tutte le guerre ha implorato “cessino gli aborti che uccidono la vita innocente”. E’ doloroso constatare la vergognosa censura cui è sottoposto persino il Santo Padre: non un solo canale dell’informazione di massa ha ripreso queste parole, mentre se il Papa parla di clima, riscaldamento globale o populismi la prima pagina nelle TV e sui giornali è assicurata. Come credere a movimenti ecologisti che lottano per la tutela degli orsi e delle balene e al contempo finanziano campagne proaborto e proeutanasia? La vita di un bimbo ha minor valore della vita dei koala? Se di conversione da una mentalità di sfruttamento della natura e del pianeta dobbiamo parlare, il primo passo non può che essere di conversione dalla cultura della morte che mette radici fin nel fondo dell’utero materno. Se non è così, è ipocrisia, demagogia, frode.

Quarta lezione: speriamo che le ombre di morte che il virus ha gettato sull’intero pianeta, coniugate all’ormai innegabile impotenza dell’uomo, faccia rinascere il sentimento religioso nel cuore di ciascuno di noi. Il sogno – sarebbe meglio dire il delirio – gnostico antropocentrico dovrebbe uscire frantumato dall’esperienza della pandemia. L’uomo ha bisogno di Dio e solo in Dio trova il “senso” di quanto sta accadendo. Nel giardino di Eden – metafora del luogo della felicità piena – sono stati posti due alberi: l’albero del bene e del male e l’albero della vita. L’uomo ha allungato le mani sul primo e stiamo assistendo, giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, alle conseguenze di questa autoproclamazione di potestà divina: in varie forme la morte, l’infelicità, la paura, la violenza, l’ingiustizia hanno invaso e corrotto la nostra esistenza. Nei nostri tempi, non sazio, quello stesso uomo sta allungando le mani sull’albero della vita, con tutte le conseguenze già in parte descritte. La scienza in generale, la genetica, la biologia molecolare, l’embriologia, le neuroscienze – splendide opportunità per conoscere l’Autore della vita, come diceva Pasteur – sono diventate “armi di distruzione” dell’umano. La creatura scalza il creatore, la protervia annulla la sapienza, la superbia soppianta la prudenza … Poi è arrivato COVID e tutti stiamo scoprendo che “l’uomo non si sviluppa con le sue sole forze” (Caritas in Veritate, 11) e abbiamo l’opportunità di rimettere le cose al loro giusto posto: la saggezza ritorna a fiorire e l’intelligenza si vota ad annullare le “strutture di peccato” che abbiamo costruito con le nostre stesse mani. Da bambini veniamo educati all’esame di coscienza; oggi è necessario un esame di coscienza dei singoli e dell’intera nostra società “perché ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani”, dice il profeta Giona (3,5-8).

Purtroppo, ancora oggi, non mancano segnali che vanno in direzione esattamente opposta, quale la richiesta di allargare ancora di più la piaga dell’aborto, con la legittimazione dell’aborto chimico a domicilio, con tanto di consegna della famigerata pillola porta a porta. E’ certamente un brutto segnale, che getta un’ombra sul progetto di cambiamento radicale di mentalità, ma vogliamo sperare che sia il colpo di coda di una cultura che non esiterei a definire degna della “sinagoga di satana”(Ap.3).

L’ultima lezione la possiamo attingere al padre della fede, quell’Abramo che “sperò contro ogni speranza”. Speranza e fede, dunque, nell’infinita misericordia Dio che, grazie all’Incarnazione, possiamo chiamare “Abbà, Padre”. “Questa grande speranza può essere solo in Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che da soli non possiamo raggiungere … non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati fino alla fine” (Spe Salvi, Benedetto XVI, 2007).

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.