Trovo molto interessante che, unico fra tutti i rituali della Chiesa cattolica di rito romano, quello dell’ordinazione del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi, riporti una traccia di omelia che chi presiede può tenere in quell’occasione. Quasi all’inizio di quella per l’ordinazione dei preti, troviamo le seguenti parole: “Il Signore Gesù è il solo sommo sacerdote del Nuovo Testamento; ma in lui anche tutto il popolo santo di Dio è stato costituito popolo sacerdotale”. Partiamo, allora, dalla nomenclatura. Anche se i termini si confondono e accavallano, mi piace molto la prima puntualizzazione. Il significato di essere sacerdote… è di non esserlo! Unico sacerdote del Nuovo Testamento è Gesù. Noi siamo più propriamente presbiteri, termine che si potrebbe comprendere come “anziani nella fede”, anche se sono stato ordinato a 26 anni.
Sentirsi chiamare “padre”, a quell’età, da persone che potevano essere i miei nonni, mi ha fatto pensare. Nonostante la mia immaturità (dal seminario non si esce prodotti finiti), dal momento in cui sono divenuto prete, mi è stata riconosciuta un’autorevolezza che veniva dall’aver ricevuto il sacramento dell’ordine. Cosa significa, allora, essere prete? Promuovere nel cuore e nell’opera dei battezzati la sacramentalità del loro sacerdozio comune, del quale sono rivestito anch’io. Papa Francesco, infatti, soleva ripetere che tutti nasciamo laici, poi qualcuno diventa prete! Spesso, la maggioranza della gente dimentica di essere un popolo sacerdotale e noi presbiteri glielo ricordiamo.
Noi, fra le altre cose, battezzando uniamo nuovi membri alla Chiesa, confessando perdoniamo i peccati dei fedeli, ungendo i malati portiamo conforto, celebrando l’Eucaristia e gli altri riti e pregando, specialmente con la liturgia delle ore, intercediamo per l’intera umanità. Essere prete, dunque, significa prestare corpo e spirito, mente e cuore, parole e gesti a Gesù che ancora oggi continua a insegnare, santificare e reggere i credenti. Per me, personalmente, è molto importante sottolineare la prima di queste tre missioni.
Sicuramente da parroco, incarnavo di più l’indole pastorale; in questi vent’anni di presbiterato ho cercato di vivere sempre il dono di santificare con la celebrazione dei sacramenti; ma ora che mi dedico soprattutto all’insegnamento mi sembra di dar voce soprattutto alla funzione di insegnare. Non si tratta solo della docenza di alcune materie che porto avanti, ma come dice il Vangelo, di “insegnare la via di Dio”. Ecco, essere prete significa cercare di fare questo. Provare a ricordare a tutti, magari anche indossando bene l’abito, che Dio non solo non è morto, ma che Gesù è presente fra le nostre case (significato del termine greco, traslitterato nell’italiano parrocchia), in modo peculiare in chi, nonostante il suo peccato, gli dona tutto se stesso.
Il prete esiste per “edificare il corpo di Cristo, che è la Chiesa, in popolo di Dio e tempio santo dello Spirito”. Il significato dell’essere prete è predicare il Vangelo, ancora prima con le scelte della propria vita, che con le parole, che pure dobbiamo usare, anche scrivendo questo contributo… Con letizia abbiamo ricevuto la Parola che ora siamo chiamati a dare in nutrimento a tutti. Ma, soprattutto, la nostra missione, che continua quella di Cristo, è dare gioia e consolazione ai fedeli, tramite il profumo della nostra vita. E’ come non disperdere mai quell’olezzo di cui siamo stati impregnati nella consacrazione delle nostre mani con il santo Crisma.
Il senso di essere prete è continuare a soffiare sulla brace dell’amore perché il fuoco dello Spirito non si estingua nel cuore di ciascuno, portando a perfezione, così, tutto quel sacrificio spirituale che i battezzati uniscono all’offerta di Gesù. Essere prete significa camminare in una vita nuova ed aiutare i fedeli a farlo, unendoli in una sola famiglia, tendendo all’unità, piacendo non a noi stessi ma a Dio, servendo e non facendoci servire, andando a cercare e a salvare chi si era perduto.

