Carcere: è l’ora della concretezza

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ramondaIncontrando i detenuti nelle varie carceri italiane, ma anche in altre parti del mondo dove la nostra Comunità è presente, abbiamo scoperto un mondo sommerso, dimenticato, relegato al lavoro dietro le quinte delle guardie carcerarie, dei volontari, educatori e direttori. Abbiamo subito pensato che oltre che migliorare la vita nel carcere dovevamo interrogarci sul dare loro la possibilità di una pena alternativa, creando la disponibilità all’accoglienza. Oggi più di trecento persone vivono nelle case famiglie, capanne di Betlemme, case di pronta accoglienza. E’ nato il Villaggio dell’Accoglienza in Toscana, una realtà per impegnare i detenuti in un cammino di rieducazione attiva, responsabile e creativa. Nel riminese operano la casa Madre del Perdono, in una struttura della diocesi, e la casa Madre della Riconciliazione.

Dopo aver incontrato tanti giovani, anche nelle carceri minorili, abbiamo sentito la necessità di promuovere la Cec, Comunità educanti con i carcerati, passando da una risposta sostanzialmente punitiva ad una in cui l’uomo non è identificato con il suo errore, con un un percorso rieducativo che porti al pentimento interiore. Vogliamo portare le 65 mamme con i loro bambini piccoli che vivono in carcere ad essere accolti nelle case famiglia, per camminare con loro verso una vera riabilitazione; non possono crescere dietro le grate, dentro le sbarre. Vogliamo portare la recidiva di ricaduta dal 75% nella norma a meno del 5%. Questo è dato dal credere ancora in quella persona che ha sbagliato, che ha anche delle capacità stupende. Diversi responsabili di case famiglia e comunità terapeutiche hanno fatto l’esperienza del carcere. Oggi sono educatori mirabili che testimoniano con la vita la possibilità di rinascere.

Non crediamo nella pena dell’ergastolo. Digiunano gli ergastolani. Diceva don Oreste: “Hanno ragione. Che senso ha dire che le carceri sono uno spazio dove si recupera la persona se è scritta la data di entrata e quella di uscita mai? Perché non devono avere il diritto di dare prova che sono cambiati? Sono come degli immensi collegi della disperazione”.

E’ arrivata l’ora di lavorare insieme, ogni movimento, gruppo ecclesiale, parrocchia, per individuare strategie comuni da portare avanti. E’ l’ora dell’azione anche delle istituzioni che non possono rimanere ingessate su una legislazione solo punitiva. E’ l’ora della concretezza, con il concorso di tutti gli uomini e donne di buona volontà. Il pellegrinaggio con i detenuti che si è svolto a Rimini dal carcere al duomo ha visto tanti giovani camminare per un modo diverso di concepire la pena. Certa, ma che punta sul bene delle persone e della società.

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