Capitalismo, il moloch buono per ogni accusa

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Ogni volta che una crisi attanaglia il globo si elevano strali di accusa verso il capitalismo, visto da destra e da sinistra come l’origine di ogni male. Siamo sicuri, però, che questo sia vero?

Innanzitutto occorre capire cosa sia il capitalismo. Nel senso comune si indica come “capitalismo” un sistema di mercato, dove la proprietà dei mezzi di produzione sia diffusa e la produzione stessa sia determinata dal gioco della domanda e dell’offerta (così come il sistema di prezzi), in contrapposizione ai sistemi di economia pianificata, socialismo o feudalesimo che sia. Anche se ci si riferisse alla materia economica, solitamente, il termine viene indicato come sinonimo di sistema di mercato ma occorre fare delle precisazioni sul tema.

Quando si legge in un articolo un “j’accuse” al capitalismo, nella maggior parte dei casi, l’autore non ha mai masticato la materia economica se non superficialmente ma, da anni, sembrerebbe che chiunque possa dire la sua su di essa anche se privo delle minime basi per comprendere i concetti che stanno alla base della trattazione, così filosofi, geologi e via dicendo si sono sperticati in accuse contro il capitalismo o il neoliberismo senza avere la minima idea di cosa stessero parlando.

Il capitalismo, infatti, è un sistema che mette il capitale al centro del sistema; questo altro non è che l’insieme delle risorse necessarie all’impresa, finanziarie e reali (i c.d. mezzi di produzione) e che sono alla base dell’attività attuale e degli investimenti futuri.

Si può dire, quindi, che un sistema capitalistico nacque quando l’uomo smise di vivere di sussistenza e iniziò a pianificare gli investimenti futuri, già attraverso la pastorizia e l’agricoltura, per poter avere delle sicurezze. Questo, poi, iniziò ad evolversi fino alla situazione attuale con la nascita dei commerci, delle specializzazioni e dei sistemi di pagamento che divennero anche una riserva di valore per poter effettuare operazioni future.

La descrizione è fatta con l’accetta, ovviamente, ma serve per dare un’idea di quello di cui si sta parlando. Detto questo, quale potrebbe essere l’alternativa al capitalismo indicata da questo o quel critico? L’unica sarebbe il ritorno alla sussistenza e all’autoproduzione. L’affermazione è scioccante ma è la cruda verità, questo perché anche i sistemi “alternativi” indicati sono ugualmente capitalistici come quello messo alla berlina.

Chi invocasse un sistema socialista, infatti, vorrebbe semplicemente che il capitale andasse sotto un controllo centrale, lo stato solitamente, che possa pianificare investimenti e spesa sociale perché proprietario dei mezzi di produzione.

Il tutto, ovviamente, in un’economia chiusa perché la pianificazione cozza con il sistema di mercato e impedisce la dinamica dei prezzi che devono essere fissati centralmente sulla base del fabbisogno della popolazione a cui deve essere garantito un reddito tale per smaltire la produzione che, però, non ha alcun sistema di controllo sui costi reali.

Il fallimento dei sistemi sovietici e degli emuli intorno al globo è l’esempio. Non crollarono per via di un complotto dei “servi del capitale”, crollarono perché non seppero allocare efficacemente il loro capitale, creando un sistema costoso e non coperto dai flussi finanziari derivanti dalla dinamica dei prezzi che erose le risorse da essi possedute fino al collasso del sistema.

Un discorso differente va verso chi invocasse una gestione “keynesiana” degli stati. La prima cosa da ricordare è che il modello di Keynes è inserito in una dinamica di mercato e non è alternativo ad essa: esso prevede un’azione anticiclica dello stato, attraverso gli investimenti, per il sostegno della domanda aggregata in tempo di crisi: si parla, quindi, di una dinamica di politiche espansive, a debito, in tempo di recessione e di politiche restrittive, per il rientro dall’indebitamento, nelle fasi di crescita per ricercare un equilibrio di sistema che per l’autore non era garantito da alcuna “mano invisibile”.

Ugualmente gli economisti keynesiani non auspicano il superamento del “capitalismo” ma indicano la necessità dell’intervento dello stato a correzione delle distorsioni che si creano sui mercati a tutela degli individui e delle loro aspettative, che sono alla base delle decisioni di consumo e di investimento.  Queste sono le principali declinazioni proposte, anche se è possibile individuarne molte altre, dal ritorno delle suggestioni cartaliste al mito del debito continuo o della sovranità monetaria come panacea e altro ancora, ma pochi entrano veramente nel merito.

All’interno della critica al capitalismo entra l’avversione alla società odierna, vista come sterile e consumistica, piuttosto che verso un sistema economico che nasce con la società umana e con il desiderio di progredire, pianificare e creare una certa sicurezza per il futuro che, come è stato descritto, può avere varie interpretazioni, da quelle più “individualiste” a quelle collettive, passando per “terze vie” che fondono la libera iniziativa e la tutela della proprietà, vista come diritto essenziale poiché vi rientra non solo la protezione dei beni posseduti ma anche quella relativa all’inviolabilità della persona, a una sovrastruttura convenzionale di controllo e perequazione che, oggi, possiamo anche indicare come lo stato.

In realtà, però, il vero “nemico” dei numerosi critici al capitalismo è la visione liberale dell’economia che, per associazione di idee, si fonde con il concetto di capitalismo. In effetti la libertà di impresa e di azione ha sempre fatto paura perché si associa al concetto di responsabilità, in un sistema pianificato, dove tutto è regolato e concesso da un ente superiore, la responsabilità viene meno e il pensiero stesso di avere uno stato/chioccia o un qualcosa che decida al posto tuo toglie i pensieri, perché qualsiasi accidente sarebbe da attribuire ad altri costruendo quella che è chiamata una comfort zone intorno a te dove solo le cose positive possono derivare dalle tue azioni.

Un sistema libero, invece, riporta qualsiasi cosa alle decisioni e alle azioni personali e questo è inaccettabile per chi voglia l’uguaglianza in tutto e per tutto, non solo nelle condizioni di partenza.

Poco importa che un sistema vero di libero scambio o “liberista” non si sia mai visto nella storia, se non nei modelli e nelle intenzioni di qualche legislatore, poco importa che l’apertura degli scambi commerciali negli ultimi anni e la diffusione di sistemi economici di mercato, se pur imperfetti, abbiano ridotto drasticamente i tassi di povertà ovunque; se Oxfam, applicando un modello di rilevazione errato, dice che le disuguaglianze crescono nel mondo, anche se gli indici di Gini relativi sostengono il contrario cioè che dagli anni ’60 le disuguaglianze nel mondo stiano decrescendo come indicato da un economista non certo “liberista” come Branko Milanovic, allora questo sistema è ingiusto e discriminatorio.

È dall’epoca di Marx che si parla di “fallimento” del capitalismo, inteso ricordo come sinonimo di economia di libero scambio, però, nonostante questo, quello che abbiamo è un sistema imperfetto sicuramente ma che è stato l’unico che abbia permesso la crescita del benessere in ogni angolo del mondo e che, tendenzialmente, permetterà lo sviluppo anche di quei paesi, oggi, considerati del “terzo mondo”.

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