Assegno unico universale: la rivoluzione del welfare per la famiglia

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L’assegno unico universale per i figli a carico si preannuncia come una rivoluzione delle politiche famigliari italiane. La legge votata all’unanimità alla Camera dei Deputati lo scorso 21 luglio (un solo astenuto e 452 sì) si propone infatti di riordinare e semplificare tutte le misure di sostegno economico per i genitori con figli a carico.

Il nuovo bonus sarà corrisposto mensilmente dalla nascita fino al 21esimo anno di età per ogni figlio e oltre i 21 anni per i ragazzi disabili. Il testo, che ora dovrà passare al Senato, nella sua ultima versione non indica più alcuna cifra minima o massima per l’assegno ma solo che questa sarà calcolata in base dell’Isee familiare. Ad ogni modo è possibile farsi un’idea prendendo spunto dalla precedente versione della proposta di legge, che prevedeva un tetto di 240 euro fino ai 18 anni, che sarebbe sceso a 80 euro fino ai 21.

Il vero punto della questione è capire come sarà possibile dare a tutti senza togliere a nessuno. Un aspetto sottolineato con vigore dalle associazioni famigliari cattoliche che hanno sostenuto l’iniziativa e che ora intendono vigilare affinché la sostituzione di alcune misure con l’assegno unico non porti, alla fine dei conti, alcuni nuclei familiari in perdita.

Le misure che verranno sostituite dall’assegno unico sono le detrazioni fiscali per i figli a carico (8,2 miliardi) e gli assegni per il nucleo familiare per lavoratori dipendenti, pensionati e assimilati (5,9 miliardi), a cui si aggiungono altre voci come il premio alla nascita, il bonus bebé e l’assegno al nucleo famigliare con almeno tre figli minori. Tutti questi strumenti valgono circa 15,4 miliardi annui che saranno invece utilizzati, mettendo in campo ulteriori risorse, per l’assegno unico universale, tramite una formulazione che deve riuscire nell’impresa di non far perdere soldi a nessuno.

Alcuni economisti hanno stimato che, con una giusta rimodulazione dell’assegno in base al reddito e altri 5 miliardi in più rispetto allo stanziamento attuale, si potrebbe ottenere una riduzione di 1,5 punti del tasso di povertà complessivo e di ben 3,2 punti di quello tra i minori. Con questo modello infatti una famiglia con due figli minori, e con un Isee inferiore a 7 mila euro, potrebbe percepire fino a 452 euro al mese. In tal senso il testo approvato alla Camera rimanda tutto ai decreti attuativi del Governo, i quali dovranno contenere lo stanziamento esatto delle risorse.

Insomma la partita è ancora tutta da giocare ma è stato fatto un importante passo nelle direzione di una più corretta redistribuzione delle risorse e del sostegno alla famiglia e alla natalità. Il supporto di tutte le forze di maggioranza e opposizione è un segnale ancora più importante se si considera il livello dello scontro politico in Italia e il disinteresse che le istituzioni hanno manifestato per la famiglia negli ultimi 40 anni.

D’altra parte nemmeno i parlamentari più ideologizzati possono negare che senza famiglia e senza figli l’Italia non ha futuro. L’importanza delle reti parentali è balzata di nuovo alle cronache durante i mesi del lockdown, riaffermandosi come primo ammortizzatore sociale. Che misure senza precedenti non siano più rinviabili lo dimostra anche l’ultimo bilancio demografico dell’Istat, che segna il nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia ai nostri giorni. In altre parole, mai così pochi bambini sono stati messi al mondo nel nostro Paese dai tempi di Garibaldi e Cavour. 

Invertire la rotta si può, come suggerisce la Francia che tramite il suo ricco sistema di welfare si garantisce almeno il tasso di sostituzione di 2,1 figli per donna. Tuttavia non bisogna farsi illusioni perché la rivoluzione fiscale non sarà sufficiente a riempire le culle italiane se non sarà accompagnata da un cambio di mentalità. Le agenzie di senso dovranno proporre un cambio di paradigma culturale che incida nelle motivazioni più profonde che portano un uomo e una donna a generare dei figli.

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