MARTEDÌ 11 FEBBRAIO 2020, 00:02, IN TERRIS

Arbitri e Var, il protocollo che non funziona

Tecnologia e campo, un'accoppiata che rischia di fallire. L'analisi di Massimo Ciccognani

MASSIMO CICCOGNANI
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Tecnologia in campo
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I

nutile fare troppi giri di parole. Il nostro è un calcio aVARiato perché è innegabile che dall’avvento della tecnologia, questo è il peggior anno per il sistema. Come un ritorno all’antico quando Biscardi invocata la moviola in campo per evitare i disastri che hanno devastato l’ultimo decennio. Poi è arrivato il Var, un avvio soft in crescendo. Il Mondiale di Russia, l’apice di una rivoluzione destinata a fare la storia. E invece no, perché col passare del tempo ti accorgi che la macchina funziona. Chi non va è il conducente. Come avere una Ferrari sotto il sedere e camminare in terza.  E ogni settimana, quando pensi che nella precedente hai toccato il fondo, ti accorgi che c’è un pozzo di San Patrizio, senza fine. Il patron della Fiorentina, Commisso, ha vomitato livore contro il sistema per gli errori in Fiorentina-Juve, Fonseca, tecnico della Roma, ci è andato morbido, non cercando alibi per le sconfitte, ma interrogandosi sui troppi cartellini contro i suoi. Speri sempre che domani sia un giorno nuovo ma il peggio, hai il sospetto, deve ancora venire.

“Abbagli” a Napoli, clamorose sviste a Parma. Il Var c’è, ma non si vede perché il protocollo parla chiaro, visto che può intervenire solo in caso di chiaro ed evidente errore. Quello che ha salvato Piccinini in Brescia-Udinese. Un errore gravissimo perché il fischietto di Forlì assegna senza esitazione un rigore ai friulani per un mani di Bisoli quando in realtà il calciatore bresciano aveva le mani dietro la schiena. Per fortuna il Var è potuto intervenire e salvato l’arbitro. Chi non si salva col Var è invece Giua che in Napoli-Lecce non fischia un penalty per gli azzurri per un fallo di Donati su Milik. L’arbitro è tratto in inganno dalla caduta accentuata del napoletano e fischia simulazione, quando Abisso al var vede bene che il fallo c’è ed è pure evidente, ma non lo richiama a rivedere. Doppio errore. E poi le proteste di D’Aversa in Parma-Lazio. Ai Ducali mancano due rigori solari, ma in questo caso il Var poteva poco o nulla, visto che Di Bello prima non punisce la trattenuta di Marusic su Bruno Alves che va giù in area, poi a tempo scaduto non punisce con la massima punizione l’intervento di Acerbi su Cornelius. In questo caso gli errori sono esclusivi del direttore di gara che, ben posizionato, giudica male gli interventi e di conseguenza valuta, sbagliando, per la non concessione del calcio di rigore, tanto che il Var Banti non può invitarlo al monitor dal momento che l’arbitro ha visto e deciso.

E qui è tutto il contenzioso sul protocollo Var, che può intervenire solo per un chiaro ed evidente errore del direttore di gara. Quando l’arbitro dichiara di aver visto “bene”, il Var non ha potere per intervenire. Un peccato, perché svilisce un campionato (senza togliere nulla - in questo caso - alla splendida Lazio, protagonista di una stagione da favola) sempre più mediocre e vittima di un sistema arbitrale inadeguato. Guai a parlare di malafede, ma incapacità sì. Perché il vero problema è che dietro Rocchi e Orsato, ormai arrivati al capolinea, c’è il vuoto, o meglio l’Abisso, che si apre come una voragine sul nostro calcio, sempre più pensieroso e intristito. Spetta all’Ifab modificare il protocollo. Il Var, al momento è questo. Il presidente Infantino continua a credere nel suo progetto e tende la mano agli arbitri. Vanno aiutati, è vero, ma stavolta è una lotta contro i mulini a vento. Come chiedere ad un analfabeta di tenere una lezione all’Università. 

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