LUNEDÌ 14 GENNAIO 2019, 00:02, IN TERRIS

Andreotti, i Papi e quell'impegno comune per la pace

"I miei santi in paradiso" ripercorre il rapporto dello statista con le personalità cattoliche più importanti del '900

ROBERTO ROTONDO
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Giulio Andreotti con S. Giovanni Paolo II e il Card. Angelini
Giulio Andreotti con S. Giovanni Paolo II e il Card. Angelini
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 miei santi in paradiso” - scritto con monsignor Sapienza ed edito dalla Libreria Editrice Vaticana - racconta l’amicizia di Giulio Andreotti con alcune delle personalità più conosciute del Novecento: c’è La Pira, don Mazzolari, don Giuseppe Canovai – che fu suo assistente spirituale alla Fuci – don Zeno Santini e anche don Gnocchi, la prima persona ricevuta in appuntamento quando divenne sottosegretario durante il governo De Gasperi. Uno spazio inevitabilmente particolare lo rivestono le relazioni amichevoli intessute dal sette volte Presidente del Consiglio con i Pontefici che si sono succeduti negli anni. Con alcuni di essi, Andreotti è stato amico, ci è cresciuto, li ha conosciuti prima che diventassero Successori di Pietro. Gran parte del lavoro di ricostruzione di queste relazioni speciali si è fondato sui carteggi intrattenuti dallo statista romano con i Papi, ma anche su documenti inediti e sulle dichiarazioni che lui rilasciò nelle cause di beatificazione. In questo modo si è tenuta in particolare considerazione l’esperienza dell’Andreotti testimone di santi. Dal lavoro realizzato con monsignor Sapienza – che voglio ringraziare – emerge l’esempio di un politico cattolico – e allo stesso tempo laico – che ha lavorato per 60 anni per lo Stato e, allo stesso tempo, viene alla luce la storia dei cattolici in politica nel Novecento. Una storia segnata, per forza di cose, dal rapporto personale con i Papi.

Giulio Andreotti conobbe Angelo Roncalli perché quest’ultimo era grande amico e compagno di studi dello zio di sua moglie, monsignor Belvederi. Dunque, i due si conoscevano da ben prima del Conclave del 1958. Roncalli aveva una grande ammirazione per Andreotti come si vede chiaramente dai toni usati nei documenti scritti al tempo in cui il futuro Giovanni XXIII era Arcivescovo a Venezia. Andreotti apprezzò il “Papa Buono” per il modo in cui fu capace di far passare, durante il suo Pontificato, concetti difficili con un'immediatezza senza precedenti. Al momento dell’elezione, Andreotti stimava Roncalli per essere stato un nunzio in grado di districarsi in situazioni molto difficili e un Arcivescovo dotato di un fortissimo spessore dottrinale. Quindi, non lo considerava certo uno sprovveduto. Quando andava a Venezia, il presidente si fermava sempre dall’allora Patriarca e lo aiutò anche per la costruzione di un seminario. Nei giorni precedenti al Conclave del ’58, i due si videro alla Domus Mariae sempre per questioni legate alla struttura da inaugurare in Veneto. L’allora cardinal Roncalli fece un accenno alla possibilità di essere eletto, dicendo di non voler lasciare pendenze a Venezia. Dopo questo incontro, Andreotti uscì sulla rivista “Concretezza” – da lui fondata nel 1955 - con la fotografia di Roncalli in copertina. Da qui sarebbe nata poi la fama – rafforzata anche successivamente - di prevedere le elezioni papali. Il punto principale dell’incontro con Giovanni XXIII – e anche con gli altri Papi – fu il comune impegno per la pace. Per Andreotti la “Pacem in Terris” rappresentò un punto nodale di tutti i magisteri pontifici.

Paolo VI fu fondamentale dal punto vista spirituale e politico per Giulio Andreotti e per tutta la sua generazione fucina. Il politico Dc conobbe Giovanni Battista Montini nei primi giorni in cui si iscrisse all'università: gli fu presentato da monsignor Colonna. Come si vede nel libro, l’amicizia tra i due fu una storia che si evolse negli anni. Montini diventò il mentore di Andreotti: fu lui a segnalarlo a De Gasperi, nell’ambito di quell’operazione – concordata con Pio XII – che portò alla nascita del gruppo dirigente della Dc, connettendo i giovani fucini con i vecchi popolari. Quando Giovanni Battista Montini divenne prima Arcivescovo di Milano e poi Papa, questo rapporto di devozione ed affetto - ma anche di collaborazione e fiducia - continuò. Alla luce dell’esperienza comune nella Fuci sotto l’ala protettiva del futuro Paolo VI si capisce bene come sia impossibile credere che Andreotti possa aver voluto la morte di Moro: al contrario, il rapimento e l’uccisione dello statista pugliese furono uno dei drammi per cui soffrì di più in tutta la sua vita. Dalla lettura del libro, inoltre, si percepisce bene la grande familiarità che esisteva tra Montini ed Andreotti: nei giorni precedenti al concistoro in cui Giovanni XXIII fece cardinale l’allora Arcivescovo di Milano, “Il Borghese” fece un articolo durissimo in sui lo si accusava di aver sempre remato contro Pio XII. L’attacco ferì molto Montini. In quest’occasione, Andreotti scrisse a Montini una lunga e affezionata lettera e lui gli rispose in toni accorati, ennesima dimostrazione del rapporto d'amicizia esistente e duraturo fra i due. Gli scambi epistolari richiamati nel libro rendono manifesta la grande dimestichezza che Andreotti aveva con questi personaggi. Tuttavia, occorre precisare che per il sette volte Presidente del Consiglio il rapporto con i Pontefici – anche quelli con cui era cresciuto insieme – fu segnato sempre da immenso rispetto e devozione perché considerava sacra la figura del Papa. Ad esempio, quando Andreotti venne ricevuto in udienza per la prima volta da Giovanni XXIII in un momento in cui l’esecutivo di cui faceva parte era in crisi, decise di andarci con tutta la famiglia, in modo tale che quell’incontro non venisse equivocato come un aiuto papale al governo. Per tutta la vita Andreotti mise in pratica un insegnamento avuto dalla madre e dalla zia: non si vuole bene a un Papa, ma si vuole bene al Papa. Questa era una sorta di sua legge universale che rispettò sempre, a prescindere da chi sedesse sul Soglio di Pietro.

A differenza di Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI, il leader Dc non aveva avuto modo di conoscere prima della sua elezione Giovanni Paolo II. Eppure, nella sua prima lettera di ringraziamento in risposta alle congratulazioni inviategli, Papa Wojtyla si rivolse ad Andreotti sin da subito chiamandolo “diletto figlio”. Quest’ultima è una formula che non viene affatto usata per tutti e va ben oltre la formalità. Giovanni Paolo II ebbe per tutta la vita una grande stima dello statista romano e non lo nascose nemmeno durante il periodo più difficile, quello dei processi. Anzi, il giorno della beatificazione di Padre Pio nel 1999, Wojtyla incoraggiò pubblicamente l’allora senatore a vita. Quel gesto gli fece enormemente piacere ma – a dimostrazione di quanto ammantasse di sacralità la figura del Papa – il giorno dopo era preoccupato che qualcuno se la potesse prendere con il Santo polacco per averlo difeso: “Certo, è andata bene – disse Andreotti – ma speriamo che neppure uno schizzo di fango resti sulla veste del Papa per questo”. Giovanni Paolo II non era affatto uno sprovveduto, eppure non smise mai di credere nell’innocenza del presidente e non gli fece mai venire meno la sua stima ed il suo appoggio. Nel 1993, all’inizio del procedimento penale, Wojtyla chiese al cardinal Angelini – amico comune dei due – il motivo di quell’accanimento. L’ultimo porporato romano rispose che ce l’avevano con Andreotti per tre motivi: la linea europeista portata a Maastricht, per la posizione sulla Palestina che sposava quella della Santa Sede e perché era tempo di cambiare regime politico in Italia e questo non era possibile senza toglierlo di mezzo. Andreotti non dimenticò il sostegno continuo di Giovanni Paolo II e quando arrivò la sentenza definitiva di Palermo nel 2003, la prima lettera la scrisse proprio al Santo Padre per ringraziare lui e Madre Teresa Calcutta per la vicinanza.

Nell'introduzione a “I miei santi in paradiso” Gianni Letta cita le recenti parole di apprezzamento del Papa Emerito sulla forza d’animo di Andreotti. E’ significativo ricordare che Benedetto XVI le ha scritte per un libro sul rapporto tra presidenti della Repubblica e i Papi ("Oltretevere" di Alessandro Acciavatti); quindi non era richiesto che venisse menzionato lo statista romano, ma Ratzinger ha sentito ugualmente il bisogno di citarlo. Tra i due ci fu sempre una stima ed un interesse reciproco molto forte. Sentimenti che divennero ancora più intensi negli anni in cui uno era cardinale e l’altro senatore a vita. Ratzinger scrisse molto spesso articoli per “30 Giorni”, la rivista che Andreotti diresse e di cui fui vicedirettore. L'ultima cosa che ha fatto Ratzinger da cardinale prima della morte di Wojtyla fu proprio l'introduzione di un libretto di “30 Giorni” dal titolo "Chi prega si salva": si trattava di una sorta di vademecum che raccoglieva tutte le preghiere più semplici della vita cristiana. L’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio ne era entusiasta. Quando fu eletto, Benedetto XVI continuò a seguire la rivista tant’è che pagava personalmente l’abbonamento al fratello Georg. Con Andreotti continuò un frequente scambio epistolare che andava anche nei contenuti e non si limitava ai convenevoli. Nel periodo del Pontificato ci fu un episodio che emozionò Andreotti: quando Benedetto XVI compì 80 anni facemmo un numero speciale di “30 Giorni” con gli articoli di una ventina di cardinali su di lui. Nel pranzo concesso ai cardinali di Curia per il suo compleanno, Ratzinger li ringraziò per quanto avevano scritto sulla nostra rivista. Lui continuò, dunque, ad essere un nostro lettore.

“30 Giorni” può fregiarsi di avere avuto come collaboratori due Papi: non solo Benedetto XVI ma anche Francesco. L’allora Arcivescovo di Buenos Aires scrisse e fu intervistato varie volte per la nostra rivista. Andreotti ebbe modo di incontrare il cardinal Bergoglio e ne rimase colpito. L’allora cardinale argentino venne in due occasioni a celebrare le cresime a San Lorenzo fuori le Mura dove c'era un sacerdote che era l'anima spirituale di “30 Giorni”. Andreotti venne tutte e due le volte. Nella prima visita, il senatore a vota rimase talmente colpito dalla semplicità e dalla fede del porporato che volle conoscerlo. Ci fu, così,  un incontro molto cordiale in sacrestia. Andreotti aveva una sensibilità particolare per i sacerdoti che avevano fede; li sapeva riconoscere e ne era attirato. Accadde così anche nel caso di Bergoglio: dopo averlo sentito parlare, ci tenne a conoscerlo e si preoccupò di farlo collaborare con il giornale. Andreotti - uomo misurato, concreto e tranquillo - ha avuto tra i sacerdoti che apprezzava di più coloro i quali si dimostrarono all'avanguardia: religiosi come don Mazzolari, don Santini, lo stesso don Gnocchi. Egli era investito dalla forza di questi personaggi: più stavano con le persone semplici, i poveri – e magari più erano polemici – e più gli piacevano. La lettura del libro e la conoscenza dei rapporti tra Andreotti e tutte le personalità cattoliche del secolo scorso incontrate nella sua esperienza di vita consente, così, di ripercorrere anche la nascita della Repubblica Italiana di cui fu assoluto protagonista.

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