La bozza del provvedimento approvata dal Governo prevede un progressivo allineamento delle accise su diesel e benzina nell’arco di cinque anni, dal 2025 al 2030. In pratica, ogni anno l’accisa sul gasolio aumenterà di 1-1,5 centesimi al litro, mentre quella sulla benzina diminuirà dello stesso importo. A prima vista, la misura sembrerebbe neutrale, ma in realtà non lo è affatto.
Dietro l’apparente equilibrio si cela un aumento complessivo della tassazione. Infatti, i consumi di carburante in Italia sono profondamente diversi: ogni anno si utilizzano circa 30 miliardi di litri di gasolio, contro appena 10-11 miliardi di litri di benzina. Ne consegue che, pur applicando un riallineamento “simmetrico”, l’incremento delle accise sul gasolio genererà un gettito fiscale molto superiore rispetto alla riduzione su quella della benzina. In sostanza, lo Stato incasserà di più e gli automobilisti, insieme agli operatori del trasporto, pagheranno un conto più salato.
Ma il problema non si ferma qui. Il gasolio non è soltanto il carburante delle automobili private: è soprattutto il motore del trasporto merci, dell’intera catena logistica che porta i prodotti nei supermercati, nei mercati e nei negozi. Ogni aumento del costo del gasolio si traduce inevitabilmente in un aumento dei costi di trasporto e, di conseguenza, dei prezzi al consumo. Dai generi alimentari ai beni tecnologici, tutto ciò che viaggia su gomma subirà rincari.
In un momento in cui famiglie e imprese sono già gravate da prezzi elevati e tariffe difficilmente sostenibili, questa misura rischia di aggravare ulteriormente la situazione. Non si tratta, dunque, solo di una scelta fiscale, ma di una decisione che avrà ricadute concrete sull’economia reale e sul potere d’acquisto dei cittadini.
Se davvero si volesse dare sollievo ai cittadini e alle imprese, bisognerebbe intervenire in senso opposto: ridurre le accise, soprattutto su quei carburanti che incidono maggiormente sui costi di trasporto e, di riflesso, sull’intero sistema dei prezzi.

