Alla ricerca di un delfino

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Nel corso degli anni sono in molti coloro che sono andati sostenendo che Silvio Berlusconi sia concavo e convesso allo stesso tempo. Verosimilmente questa definizione fotografa perfettamente il ventennio berlusconiano consumato dal cavaliere sull’altalena, fra governo e opposizione. Ma è solo una definizione parziale, ristretta a quel segmento. In realtà l’uomo di Arcore è una matrioska. Dentro a Berlusconi ci sono tanti Silvio, tanti tycon televisivi, tanti presidenti del Consiglio, tanti leader di partito. Tanti, forse troppi.

Ed è questo eccesso di presenze, di ruoli e personaggi, che deve aver portato il fondatore di Forza Italia ad aderire perfettamente all’idea di Madame de Pompadour secondo la quale “dopo di noi il diluvio”. L’aristocratica donna francese coniò questo modo di dire con l’intento di sollevare il morale di Luigi XV, suo amante, dopo la sconfitta di Rossbach, invitandolo a non pensare alle drammatiche conseguenze. Ecco, con tutta probabilità Berlusconi deve aver detto spesso questa frase a Silvio, guardandosi allo specchio, pensando a Forza Italia oggi, al Pdl ieri.

Perché l’ultima bambolina della matrioska Berlusconi rischia di commettere l’errore fatale. Il Cavaliere, invece di pensare ad un nuovo partito, al rilancio di Forza Italia, o di quello che ne resta, viste le continue fughe di deputati e senatori sotto le insegne di Denis Verdini, dovrebbe avere il coraggio di lavorare solo e soltanto per la sua successione. E non si tratta certo di creare in laboratorio un nuovo Cavaliere, come ha fatto con Angelino Alfano, ma di puntare su un delfino per consegnare al centrodestra un leader capace di rilanciare l’azione politica. Perché se oggi in Italia c’è chi paventa un deficit di democrazia, sostenendo che l’azione del governo stia virando verso una deriva plebiscitaria, se non addirittura autoritaria, lo fa perché guarda il dito e non la luna. Matteo Renzi è soltanto l’elaborazione perfetta del prodotto Berlusconi, intenso nel senso politico, con la capacità di saper portare al massimo il meccanismo della comunicazione.

Insomma, il leaderismo mediatico ha trovato il suo acme con l’ex sindaco di Firenze. E il Cav non può pensare di competere sullo stesso terreno. Il problema della politica italiana, in questo frangente, non è Renzi e il renzismo, ma l’evidente assenza di un leader antagonista, di un capo del centrodestra capace di guidare l’opposizione. Certo, per assurdo oggi il vero puntello del premier è proprio il leader di Forza Italia. La debolezza degli azzurri, la crescita dei verdiniani, sono le assicurazioni sulla vita dell’attuale maggioranza di governo, con il beneficio di pagare una rata bassa. Molto bassa, quasi pari allo zero.

Ecco, se davvero Berlusconi vuol fare un favore alla Storia, se davvero vuole entrare nel novero dei padri nobili dell’Italia, dovrebbe avere il coraggio di uscire dal cono d’ombra nel quale si è collocato in attesa degli eventi. Che sia Giorgia Meloni, che sia Matteo Salvini, che sia Mara Carfagna, tanto per citare un po’ di nomi in ordine sparso, non è importante. Quel che conta è che sulla scena irrompa una figura capace di dare voce ad un centrodestra afono da troppo tempo, bizzoso sino alla noia, e quindi fastidioso e inconcludente.

E l’esigenza di un nuovo leader non è dettata tanto dal fatto di voler fare del bene a un’area politica, quanto per la salute del Paese, considerato che l’esperienza del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano è sostanzialmente finita nella palude di Pd, dove è in corso un congresso infinito. Ecco, Berlusconi dovrebbe prendere coscienza di tutto ciò e fare come Gianni Rivera: alzare lo sguardo e servire l’assist al Pierino Prati di turno…

 

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