Ahmed e Omar: l’infanzia silenziata dal rumore della guerra

Douma, Siria – 6 aprile 2025. Quaderni impolverati giacciono all'interno di un'aula distrutta della scuola Al-Najjar Al-Naal. © UNICEF/UNI789924/Ibarra Sánchez / MeMo

I bambini non dovrebbero mai essere vittime collaterali delle guerre. Eppure, si stima che più di 500 milioni di bambini – quasi uno su cinque a livello globale – vivono in paesi in cui sono in corso guerre o altri conflitti violenti. Questi bambini non sono numeri, ma rappresentano vite stravolte da bombe, fughe precipitose, terrore, traumi che si porteranno dietro per la vita.

Solo in Medio Oriente si stima che tra settembre 2023 e giugno 2025, almeno 12,2 milioni di bambini sarebbero stati uccisi, feriti o sfollati nei conflitti in Medio Oriente, il che equivale a un bambino ucciso o sfollato ogni cinque secondi. Nella regione vivono circa 200 milioni di bambini. Quasi 110 milioni di questi si trovano in un paese colpito da conflitti, precedenti all’attuale escalation e circa 77 milioni si trovano nella subregione colpita dalla recente escalation.

Quando la voce di un bambino viene silenziata dal rumore delle bombe significa che la società ha fallito. La guerra è violenza che disumanizza le persone. Ogni attacco contro case, ospedali, scuole, è un attacco ai diritti dell’infanzia.

In Medio Oriente circa 30 milioni di bambini (di età compresa tra i 5 e i 18 anni) non frequentano la scuola. Nei contesti di conflitto le scuole rappresentano spazi sicuri dove i bambini riacquistano un senso di normalità, hanno la possibilità di elaborare e superare i traumi che hanno vissuto, possono ricevere dei pasti nutrienti e avere accesso a servizi igienico sanitari. Garantire a questi bambini l’accesso alla scuola non significa solo salvaguardare la loro istruzione, ma investire sulla loro resilienza.

Penso ad esempio alla storia di Ahmed, 12 anni, vive a Gaza. Da poco ha ricominciato ad andare a scuola grazie ad un Centro didattico temporaneo (TLC) sostenuto dall’UNICEF. Ahmed non vuole più perdere una lezione, vuole solo poter continuare a studiare per crescere e prosperare.

Vorrei ricordare anche la storia di Omar, 16 anni, che insieme a suo fratello Hamid (9 anni) studia presso lo spazio per l’apprendimento sicuro Al Madina Al Manawara ad Al Geneina, nel Darfur occidentale, in Sudan. Nonostante la guerra in corso, questi spazi sono un’ancora di salvezza per circa 45.000 bambini, nel paese, colpiti dalla crisi. In Sudan l’UNICEF sostiene 150 spazi per l’apprendimento.

Le storie come quelle di Ahmed e Omar sono le storie di tanti bambini e bambine che hanno un sogno molto semplice: studiare per poter realizzare i propri sogni, nonostante la violenza cui sono stati esposti.

La guerra non ha conseguenze solo sull’istruzione dei bambini, la violenza della guerra permea tutti gli aspetti della vita di un bambino. In questi contesti l’azione di organizzazioni come l’UNICEF diventa necessaria.

I bambini sradicati dalla propria routine, in fuga alla ricerca di un posto sicuro, privati di tutto, necessitano di sostegno. L’UNICEF è presente in oltre 190 paesi e territori nel mondo per garantire a ogni bambino e bambina i propri diritti. Nei contesti di emergenza operiamo con tempestività per fornire aiuti di emergenza: alimenti, medicine, acqua, rifugi, indumenti, assistenza in denaro, sostegno psicosociale, istruzione.

Il mio auguro per questa Pasqua è di celebrare la pace. Le storie di Ahmed e Omar, e come le loro quelle di migliaia di bambini e bambine in tutto il mondo, ci ricordano che la vita di ognuno di noi può essere stravolta da un momento all’altro. In un mondo in cui la violenza è all’ordine del giorno, l’unica soluzione possibile è quella di opporci alla guerra con la Pace, fare rete, sostenerci l’un l’altro e rimanere uniti, perché insieme possiamo fare la differenza.

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