A scuola senza cellulare: dal divieto all’educazione digitale

Dal primo settembre è entrata in vigore la legge che vieta in tutte le scuole Secondarie di secondo grado l’uso dei telefoni cellulari e di dispositivi elettronici personali durante l’orario scolastico. C’è chi lo considera un passo necessario per difendere l’attenzione degli studenti, chi invece lo reputa un provvedimento restrittivo e difficile da applicare.

Per gli adolescenti il cellulare non è un semplice strumento tecnologico, è un oggetto transizionale, carico di significati affettivi e simbolici, attraverso cui mantengono saldo il legame con amici e familiari, che usano per calmare ansie e confermare la propria identità. Togliere il cellulare significa eliminare una fonte di distrazione ma anche intervenire su un nodo delicato della vita psichica degli studenti, che richiederebbe un accompagnamento e una transizione. La ricerca internazionale offre elementi utili per valutarne i reali effetti.

Uno studio su larga scala condotto in Gran Bretagna, ha mostrato che vietare i telefoni in classe migliora i risultati scolastici, soprattutto tra gli studenti con maggiori difficoltà. Anche una ricerca pubblicata su Education Sciences (2022), condotta su oltre 17.000 studenti universitari, ha dimostrato che il ritiro obbligatorio degli smartphone all’ingresso dell’aula migliora in modo significativo i voti, senza effetti negativi sul benessere psicologico. E i benefici non si limitano al rendimento. Gli studenti che lasciano il telefono fuori dall’aula mostrano maggiore comprensione e minor ansia rispetto a chi lo tiene con sé. La distanza fisica dal dispositivo riduce, infatti, la sua attrazione inconscia e permette all’io di liberare risorse attentive da reinvestire nello studio e nelle relazioni interpersonali.

Il cambiamento, tuttavia, non è privo di difficoltà, come mostrato da uno studio pubblicato su Education and Information Technologies, una giornata “mobile-free” può aumentare l’ansia e scatenare “nomofobia” (la paura incontrollata di rimanere disconnessi dal web) soprattutto negli studenti più insicuri e dipendenti, anche quando l’impegno scolastico non ne risente. Questo suggerisce che la separazione vada introdotta con gradualità, spiegando le ragioni del divieto e offrendo alternative di socializzazione. Un taglio netto può riattivare vissuti di abbandono, mentre una transizione condivisa trasforma la rinuncia in un’esperienza di crescita.

Una regola formale non risolve automaticamente le criticità legate l’overuse e l’uso fuori contesto (come a scuola) del cellulare e può stimolare la trasgressione. Lo conferma uno studio pubblicato su The Lancet Regional Health-Europe (2025), che ha coinvolto oltre 30.000 studenti delle scuole superiori in cui non sono emerse differenze sostanziali su benessere psicologico, ansia, sonno o rendimento complessivo tra scuole con politiche restrittive e quelle più permissive. Questo perché, affinché sia efficace, la misura deve essere inserita in un progetto educativo più ampio che comprenda educazione digitale, collaborazione con le famiglie e promozione di stili di vita sani. I benefici sono però più evidenti tra i ragazzi più vulnerabili alla distrazione, quelli che rischiano di perdersi dietro a uno schermo invece di vivere il sapere e le relazioni interpersonali.

Perché questa scelta porti frutti, servono regole chiare e uno sguardo educativo che non si limiti al divieto, ma apra a nuove possibilità. In questo modo, la scuola non sottrae ma restituisce: attenzione, tempo, ascolto reciproco. Sotto questa forma il “no” allo smartphone diventa un “sì” a nuove forme di autonomia e presenza. Un limite che arricchisce è un invito a crescere, a essere più liberi e capaci di scegliere il meglio per se stessi.

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