8 agosto 1991: l’Italia e la “scoperta” dell’immigrazione

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L’8 agosto del 1991 nel porto di Bari entrava una nave da trasporto, vecchia e arrugginita, con un carico impressionante di 20 mila albanesi, scafisti di sé stessi, che si erano imbarcati a forza a Durazzo, costringendo il comandante riottoso a dirigersi, attraversando lo stretto canale di Otranto, verso il porto di Brindisi. Da questo la nave, che dalle prime riprese televisive appariva come un formicaio umano, fu dirottata dalle preoccupate autorità italiane al porto di Bari.

In realtà già nei due anni precedenti, dopo la caduta del Muro di Berlino, preannuncio e simbolo della caduta del socialismo reale, nel Brindisino vi erano stati ripetuti sbarchi di piccole imbarcazioni provenienti dalle città costiere, Durazzo e Valona. Si fuggiva dal collassato regime nazionalcomunista. L’Albania dopo il 1956, non condividendo la svolta revisionistica di Chruščëv, si era staccata dal blocco sovietico e, pur avendo legami con la Cina, si era chiusa in un autarchico isolamento, che aveva mantenuto il paese in una condizione di grande arretratezza e oppressione.

Il prefetto di Brindisi, messo al corrente del “carico” della Vlora vietò l’ingresso nel porto cittadino, dirottandola a quello di Bari, dove, la nave, senza più carburante, fu fatta attraccare al molo più isolato del porto. Le immagini degli operatori televisivi, accorsi sul posto, arrivano in tutte le famiglie italiane mostrando uomini e donne (meno numerose), ma anche adolescenti, dai corpi magri, sfiniti dal caldo e dalla fatica della penosa traversata, senza cibo e quasi senza acqua. Sono comunque emozionati e gioiosi; con l’indice e il dito medio fanno il segno della vittoria e urlano in coro: “Italia, Italia!”. In molti si tuffano direttamente in acqua per abbandonare più presto la nave.

L’Italia evocata non era quella delle antiche migrazioni per sfuggire al dominio ottomano che avevano dato vita alle numerose e orgogliose comunità arbereshe in diverse regioni del Meridione e neppure quelle dell’occupazione fascista della primavera del 1939. Era invece l’Italia consumista e gaudente di tanti spettacoli della televisione, specialmente delle reti Mediaset, avidamente e acriticamente visti dai telespettatori albanesi, specialmente nelle aree costiere.

L’Italia, il cui governo, l’anno precedente, aveva organizzato l’espatrio di migliaia di albanesi che si erano rifugiati nelle ambasciate straniere a Tirana, inviando navi a prenderli e accogliendoli calorosamente in Puglia, in occasione di questo “grande sbarco”, non è più Lamerica, come dal titolo evocativo del film di Gianni Amelio. I quasi ventimila albanesi giunti con la Vlora sono ormai percepiti non come profughi ma come immigrati irregolari: dopo essere stati rinchiusi nello stadio di Bari, dove cibo e acqua erano lanciati dagli elicotteri e spesso accaparrati con la forza da piccoli gruppi di malavitosi, furono forzatamente rimpatriati.

La Gazzetta del Mezzogiorno titolò a tutta pagina: “Invasione. Senza speranza: ponte aeronavale per rimpatriarli”. Lo sbarco, l’internamento nello stadio e il rimpatrio sono affidati all’esercito e alle forze dell’ordine. La solidarietà dal basso non solo non è stimolata, ma, addirittura, ostacolata e persino l’amministrazione cittadina è messa da parte. Il presidente della repubblica, Francesco Cossiga fa una pubblica, violenta reprimenda contro il sindaco Enrico Dalfino, fine giurista e amministratore sensibile, che proponeva un diverso approccio alla gestione dell’emergenza.

Lo storico Valerio De Cesaris, da poco rettore dell’Università per stranieri di Perugia, allievo di Andrea Riccardi, al bel libro pubblicato da Guerini e Associati nel 2018, in cui ricostruisce questa emblematica vicenda, ha dato questo titolo: Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione. La scoperta dell’immigrazione, nel triennio 1989-1991, durante il quale i cambiamenti geopolitici nell’Est Europeo e la fine del Comunismo favoriscono anche in Italia profondi mutamenti politici e culturali, è accompagnata dal diffondersi del mito dell’invasione dei migranti, come dal titolo premonitore de La Gazzetta del Mezzogiorno.

Una scoperta colpevolmente tardiva ha ricostruito un altro studioso di grande valore, ricercatore del CNR, Michele Colucci, nel libro Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai giorni nostri (Carocci, 2018). Il saldo negativo dei flussi migratori nel nostro paese si era manifestato già negli anni Settanta e a partire da quel decennio l’Italia da paese di emigrazione diventava paese d’immigrazione. Nel 1978 esce il primo Rapporto Censis sui lavoratori stranieri in Italia e si scopre con sorpresa che gli stranieri sono circa mezzo milione. Secondo i dati del censimento del 2021, gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2021 sono 5.171.894 e rappresentano l’8,7% della popolazione residente: sono il frutto di un processo molto lungo, essendo l’immigrazione arrivata alle terze generazioni.

L’indubbio ritardo con cui la classe dirigente italiana ha letto, interpretato e governato il fenomeno dell’immigrazione ha provocato conseguenze nefaste, come per esempio l’assenza di una legislazione oppure il mantenimento di leggi ormai obsolete o, a fronte di letture superficiali e allarmistiche, il ricorso a provvedimenti emergenziali e inutilmente punitivi.

Tornando alla vicenda della Vlora, il rimpatrio forzoso degli internati nello stadio di Bari non impedì, ad esempio, che alcune migliaia scappassero, rifugiandosi nella clandestinità, con tutte le conseguenze negative che ne derivano.

Per rivivere e comprendere quell’8 agosto del 1991 è d’obbligo il rinvio alla visione del bellissimo, pluripremiato film documentario di Daniele Vicari, La nave dolce, uscito nel 2012. È uno straordinario racconto collettivo, articolato in più atti, come le tragedie greche. Frutto di una rigorosa ricerca su repertori cinematografici e televisivi, italiani, albanesi e anche di altri paesi, il film ricostruisce tutta la vicenda, dall’avventuroso e improvvisato imbarco a Durazzo sul vecchio mercantile – ironia della sorte, era stato varato negli anni Sessanta in un cantiere navale italiano – addetto al trasporto di zucchero da Cuba all’Albania e di qui l’appellativo di nave dolce, fino alla perigliosa ma ancora gioiosa traversata e, infine, lo sbarco con il suo triste esito. La vicenda è’ ricostruita con rigore e empatia che si trasmette allo spettatore. Le immagini in movimento s’intrecciano, con ritmo calzante, con le brevi e coinvolgenti testimonianze di molti testimoni. Tra queste, molto bella quella del noto ballerino Kadiu Kledi, allora ragazzino, che per curiosità, dalla spiaggia, decise, per curiosità, di seguire la folla crescente che si avviava verso il porto, inutilmente protetto.

Daniele Vicari è uno dei registi più colti e sensibili di questi ultimi decenni; è anche animatore e direttore artistico della Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volonté, pubblica e gratuita, che ha formato ormai tanti operatori del cinema. Ha dichiarato a proposito dei protagonisti del suo film: “Ogni essere umano ha diritto a sognare un futuro migliore e quelle persone volevano solo questo. Il loro era un sogno meraviglioso. Fa bene vederci dall’esterno, dà la dimensione di quali responsabilità abbiamo verso gli altri”.

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