10 Febbraio: memoria delle foibe e dell’esodo Giuliano-Dalmata

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La “Giornata del Ricordo” che si celebra in Italia il 10 febbraio, è stata istituita con la legge n. 92 del 2004 per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata, ovvero l’abbandono forzato di Istria, Fiume e Dalmazia da parte di centinaia di migliaia di italiani nel secondo dopoguerra.

La storia ci racconta che alla fine della Seconda guerra mondiale, con il Trattato di pace del 10 febbraio 1947 firmato a Parigi, dal ministro degli Affari Esteri Carlo Sforza (1872-1952) e per la Jugoslavia dal ministro Stanoje Simic (1893-1970) gran parte dell’Istria, Fiume e alcune zone della Dalmazia, passarono alla Jugoslavia governata dal maresciallo Josip Broz Tito ((1892-1980) dove proprio in quei territori, si registrava una forte presenza di cittadini italiani.

Al termine della guerra del 1915-1918, con la vittoria dell’Italia: Istria, Trieste e parte della Dalmazia passarono all’Italia, ma c’è da ricordare, che gli italiani già da 1500 anni, agivano e operavano in quelle zone, infatti la costa adriatica orientale era parte del mondo romano e veneziano, e storicamente quelle città erano italiane. Gli italiani, che abitavano in quelle zone, improvvisamente furono visti come nemici politici, o legati al passato e al regime in particolare, anche quando non lo erano, bastava infatti, in quel periodo essere italiani, funzionari o proprietari per essere sospettati. Il maresciallo Tito aveva instaurato una vera dittatura e con il nuovo regime, le proprietà vennero confiscate, la lingua italiana fu esclusa dalla vita pubblica, molti italiani persero lavoro, casa e cittadinanza.

L’obiettivo del nuovo regime in Jugoslavia fu quello di rendere quelle terre sotto l’influenza degli slavi e dell’ideologia comunista e atea. Così molti italiani, furono vittime di arresti, deportazioni e uccisioni, spesso senza processo, circa 250.000–300.000 lasciarono tutto e si rifugiarono in Italia o in altri Paesi, spesso vennero accolti con difficoltà e diffidenza. Chi fu fatto prigioniero ed arrestato, venne gettato vivo nelle foibe cavità naturali profondissime tipiche del Carso che furono utilizzare come luoghi di esecuzione, infatti divennero delle vere e proprie fosse comuni, dove persero la vita migliaia di italiani.

Ci furono anche sacerdoti tra le vittime delle foibe, il clero cattolico era spesso visto come ostile al nuovo regime comunista jugoslavo soprattutto come difensore dell’identità italiana, per questo alcuni sacerdoti furono perseguitati. Ricordiamo don Francesco Bonifacio (1912-1946) sacerdote e parroco istriano, egli ha rappresentato un punto di riferimento religioso e morale, aiutando la popolazione rimasta, fu arrestato nel 1946, e gettato in una foiba. Il 4 ottobre del 2008 nella cattedrale di San Giusto a Trieste, sotto il pontificato di Benedetto XVI, don Francesco Bonifacio venne proclamato beato come martire “in odium fidei”, vale a dire ucciso per odio verso la fede. Don Angelo Tarticchio (1907-1943) parroco di Villa Rovigno in Istria, venne arrestato insieme a trenta suoi parrocchiani legati con filo spinato, dopo essere stato torturato e ucciso con una raffica di mitragliatrice, fu gettato nella cava di bauxite di Lindaro.

Oltre a questi nomi, altri preti, frati e religiosi risultarono scomparsi o uccisi nelle stesse circostanze, ci fu una vera persecuzione nei confronti del clero, perché era visto come un’opposizione ideologica verso il comunismo ateo, il clero stesso venne definito conservatore del simbolo dell’identità e della cultura italiana in quei territori contesi e naturalmente, esso era considerato come una figura di riferimento per la popolazione civile. Sicuramente sono stati momenti difficili e durissimi per tutti quegli italiani che furono costretti a fuggire a lasciare quanto avevano costruito nel corso degli anni, intere famiglie si ritrovavano divise dall’odio e dalla violenza subita.

La “Giornata del Ricordo” non ha lo scopo di riaprire ferite, ma vuole riconoscere una tragedia a lungo ignorata e ci invita a riflettere sulle conseguenze dell’odio causato principalmente dal nazionalismo estremo e dalla violenza politica. Ricordare le foibe dovrebbe significare oltre che ad affermare il valore della memoria storica, come mezzo di comprensione, dialogo e pace, affinché simili tragedie non si ripetano più, e soprattutto la speranza che ogni popolo venga rispettato sempre e non resti succube e vittima di ideologie che rinnegano i valori fondamentali di ogni essere umano, quei valori che hanno le radici e le fondamenta, potremmo sostenere, con convinzione, che da oltre duemila anni si trovano soltanto nelle pagine del Vangelo.

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