Il prof. Cozzi spiega gli xenotrapianti: “Dalla genetica una svolta per i trapianti”

Mentre la Chiesa aggiorna le linee guida etiche, il professor Cozzi spiega come il "taglia e cuci" genetico stia abbattendo le barriere del rigetto per rispondere alla carenza di organi in Italia

a sinistra il prof. Emanuele Cozzi, docente Università di Padova. Foto Francesco Vitale. A destra, Foto di National Cancer Institute su Unsplash

A venticinque anni dal primo storico pronunciamento, la Chiesa cattolica torna a riflettere sulla frontiera degli xenotrapianti, segnando un passo decisivo nel dialogo tra bioetica e progresso scientifico. La Pontificia Accademia per la Vita ha presentato la versione aggiornata del documento “La prospettiva degli Xenotrapianti – Aspetti scientifici e considerazioni etiche“, un testo che guarda con cautela ma convinzione al trapianto di organi, tessuti o cellule tra specie diverse. L’apertura della Santa Sede si concentra sull’uso di donatori animali (principalmente maiali geneticamente modificati) come risposta concreta e morale alla cronica carenza di organi che ogni anno costa la vita a migliaia di persone. In questo scenario, il professor Emanuele Cozzi dell’Università di Padova ci aiuta a comprendere come l’ingegneria genetica e la sicurezza clinica stiano trasformando quella che un tempo era un’ipotesi fantascientifica in una speranza concreta per gli oltre 8.000 pazienti attualmente in lista d’attesa solo in Italia.

L’Intervista

Professore, partiamo dai numeri. Qual è la situazione attuale delle liste d’attesa per un trapianto in Italia?

“In questo momento, nel ‘Sistema Italia’, abbiamo circa 8.000 persone in attesa di un organo. La stragrande maggioranza, circa i tre quarti, aspetta un rene. Per questi 6.000 pazienti abbiamo una soluzione temporanea, la dialisi, che permette di mantenerli in vita durante l’attesa. Il problema drammatico riguarda chi aspetta un cuore, un fegato o un polmone: per loro, se non arriva un organo umano, purtroppo non ci sono alternative e rischiamo di perdere il malato”.

Quindi il messaggio principale resta l’importanza della donazione umana?

“Assolutamente sì. Al momento, l’unico organo che ha dimostrato di funzionare e salvare vite — quelle dei nostri figli, amici o coniugi — è l’organo umano. Tuttavia, questi organi non bastano a coprire il fabbisogno. Per questo stiamo esplorando alternative come lo xenotrapianto, ovvero l’utilizzo di organi, cellule o tessuti di provenienza animale”.

Perché è stato scelto proprio il maiale come donatore ideale e quali sono le sfide della compatibilità?

“Il maiale offre grandi vantaggi: cresce velocemente e il suo utilizzo ha un impatto sociale accettabile, visto che ne macelliamo milioni ogni anno a scopo alimentare. Il problema è che l’uomo rigetterebbe un organo di maiale standard in tempi brevissimi. La soluzione è l’ingegneria genetica, che ci permette di ‘tagliare e cucire’ il genoma del maiale per tre scopi fondamentali”: compatibilità immunologica, per evitare il rigetto immediato; compatibilità fisiologica, per evitare che l’organo cresca troppo. Un maiale può arrivare a 200 kg; grazie alla genetica, abbiamo creato maiali che non superano i 100 kg, rendendo il loro cuore adatto a un essere umano. Sicurezza, per eliminare il rischio di trasmettere malattie animali all’uomo (le cosiddette zoonosi)”.

A che punto è la sperimentazione? Ci sono già risultati concreti?

“I risultati nei modelli preclinici sono straordinari. In Nord America c’è una scimmia mantenuta in vita da un rene di maiale da oltre cinque anni. Questo ci dice che l’organo è compatibile e sicuro. Sulla base di questi successi, la FDA americana ha autorizzato i primi studi clinici sull’uomo. Ma attenzione: è un percorso graduale. Non si fanno 30 trapianti tutti insieme; si inizia con i primi 4 pazienti, si analizzano i risultati e solo allora si procede con i successivi. Il Covid ci ha insegnato che non possiamo prendere sottogamba il rischio di nuove infezioni”.

Un aspetto cruciale è il rapporto con il paziente. Come funziona il consenso informato in un campo così nuovo?

“È fondamentale. Al paziente va spiegato che entrare in uno studio di xenotrapianto comporta regole precise. Una delle richieste formali più importanti è l’impegno ad essere monitorato routinariamente per tutta la vita, anche se l’organo animale dovesse fallire o se il paziente dovesse ricevere in seguito un organo umano. È una questione di sicurezza che riguarda non solo il malato, ma anche i suoi cari e l’intera popolazione”.

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