Xenotrapianti, la svolta della Chiesa: “Sì alla scienza, ma nel rispetto dell’identità”

A 25 anni dal primo sì, il nuovo documento vaticano apre agli organi animali geneticamente modificati: una sfida che unisce innovazione medica e cura psicologica del paziente.

a sinistra, Monica Consolandi, ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler. Foto Francesco Vitale. A destra, foto Pontificia Accademia per la Vita

A venticinque anni dal primo storico pronunciamento, la Chiesa cattolica torna a interrogarsi sulla frontiera più avanzata della medicina rigenerativa. La Pontificia Accademia per la Vita ha recentemente presentato il documento aggiornato “La prospettiva degli Xenotrapianti – Aspetti scientifici e considerazioni etiche“, un testo fondamentale che ridefinisce i confini del possibile nel settore dei trapianti. Il documento apre con una cautela carica di convinzione alla possibilità di trasferire organi, tessuti o cellule tra specie diverse — con un focus particolare sui maiali geneticamente modificati — per offrire una risposta concreta e immediata alla cronica carenza di organi che ogni anno costa la vita a migliaia di pazienti in lista d’attesa. Non si tratta solo di un’apertura tecnica, ma di una profonda riflessione antropologica: la Chiesa ribadisce che la vita è un bene primario, ma invita a vigilare affinché l’innovazione scientifica non oscuri mai la dignità del ricevente. In questo solco si inserisce l’analisi di Monica Consolandi, ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler, che a Interris.it aiuta a decifrare le sfide etiche, psicologiche e identitarie di questa nuova era della medicina.

L’Intervista

Dottorezza Consolandi, partiamo dalle basi: cosa intendiamo esattamente quando parliamo di xenotrapianto e perché questa pratica sta diventando così centrale nella ricerca medica attuale?

“Quando parliamo di xenotrapianto, ci riferiamo al trapianto di un organo, un tessuto o delle cellule di origine animale in un essere umano. È importante sottolineare che l’organo animale utilizzato è solitamente geneticamente modificato per essere compatibile con l’organismo ricevente. Il motivo per cui è così utile è presto detto: il trapianto è la soluzione per moltissime malattie gravi, ma oggi la richiesta di organi è altissima e le liste d’attesa si allungano costantemente. Purtroppo, molti pazienti muoiono durante l’attesa; lo xenotrapianto potrebbe ovviare a questo problema fornendo, potenzialmente, una riserva illimitata di materiale biologico”.

Nel vostro lavoro ponete molta attenzione all’etica e al bilanciamento tra benefici e rischi. Quanto è importante che il paziente sia consapevole di ciò che sta affrontando?

“Moltissimo. La consapevolezza del ricevente è uno dei punti cardine su cui il nostro documento pone più attenzione. Non si tratta solo di “speranza”, ma di un percorso di consapevolezza profonda. Questo implica un consenso informato che includa davvero il paziente in tutto il processo, informandolo di ogni rischio noto. Ma c’è di più: serve una consapevolezza identitaria. Il paziente va accompagnato dal punto di vista psicologico e spirituale perché lo xenotrapianto ci pone davanti a possibili crisi d’identità. Dobbiamo aiutare a comprendere che l’essere umano non è definito dalla materia di cui è composto, ma dal proprio comportamento e dalla propria unicità”.

Oggi è fondamentale ricostruire un rapporto di fiducia tra medico e ammalato. In che modo il team di ricerca vive questa sfida, anche dal punto di vista emotivo e umano?

“È fondamentale. Per noi non è solo una questione professionale, ma anche, oserei dire, sentimentale ed emotiva. L’obiettivo del team è allungare la vita del paziente o, per lo meno, renderla meno dolorosa. Questo risultato si raggiunge solo attraverso un “percorso decisionale condiviso”. La cura non deve essere imposta, ma co-costruita tra i professionisti della salute e i pazienti. Questo approccio dovrebbe essere il faro di ogni settore della medicina, ma è ancora più essenziale in un ambito così delicato e nuovo come lo xenotrapianto”.

In conclusione, qual è il messaggio principale che volete trasmettere a chi guarda con timore a queste nuove frontiere?

“Che la tecnica è al servizio della persona. La nostra identità rimane intatta anche se la materia cambia, e la scommessa dello xenotrapianto è proprio quella di offrire una nuova possibilità di vita laddove oggi c’è una carenza insuperabile, sempre mettendo al centro la dignità del malato e la trasparenza della cura”.

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