“Witzelsucht” e le conseguenze dello scherzo a tutti i costi

Foto di chaitanya pillala su Unsplash (1)

“Witzelsucht”, termine moderno e universalmente riconosciuto (dal tedesco “witzel”, scherzo e da “sucht”, dipendenza), indica la particolare tendenza a esagerare con l’umorismo, le battute ironiche e le burle, che dà luogo a situazioni inopportune e fastidiose.

Si tratta di una singolare dipendenza, in cui anche lo scherzo e la risata divengono eccessivi e fuori luogo, al punto da creare imbarazzo fra i presenti, tranne per chi ne soffre.

Tale mania di protagonismo è puntellata, spesso, su sproloqui, offese, doppi sensi e turpiloqui.

Il disturbo ha una motivazione. Il neurologo tedesco Hermann Oppenheim (1858-1919) che lo introdusse, infatti, lo riferì a patologie del lobo frontale destro.

Altri studi sul disturbo e, più in generale sulla demenza frontotemporale, sono stati effettuati negli USA, dal professor Mario F. Mendez.

Oltre alla spiegazione fisica, di disfunzione cerebrale, occorre anche considerare l’aspetto sociale: quello di un mondo privo di freni inibitori, in cui tutto è ammesso e la trasgressione, inoculata a piccole dosi negli ultimi decenni, è sostanzialmente consentita, pena l’accusa di oscurantismo e di mancato riconoscimento della libertà personale. Nel caso della Witzelsucht, l’estrema tolleranza per tale libertà sconfinata, implica, tuttavia, una situazione poco gradevole per tutti.

Alla base di questo comportamento così ricercato e ripetitivo c’è, di solito, una smisurata componente infantile.

Una giusta dose di ironia, e di sarcasmo, sono ben accette poiché stemperano i toni, favoriscono il dialogo, la socialità ma l’eccesso conduce a offese, polemiche e divisioni. Chi esagera, si proietta verso un pericoloso isolamento e una valutazione superficiale della realtà. Non è in grado, in genere, di comprendere, a livello cognitivo ed emozionale, lo spirito altrui: si chiude e fatica a capire l’aspetto relazionale (e non individuale/egoistico) della battuta.

Ogni individuo vive la risata e lo scherzo in maniera unica ma il buonsenso dovrebbe aiutare a comprendere il confine dell’umorismo e il suo limite invalicabile. Al tempo stesso, ognuno possiede una personale verve ironica, da esprimere, alimentare e saper inquadrare nel contesto in cui si trova.

L’umorismo e l’ironia devono possedere una giusta misura e un’esatta collocazione-spazio temporale, altrimenti la stonatura è inevitabile. Non si realizzano neanche le prerogative della risata: quella di cementare le relazioni di gruppo e di trasmettere buonumore. Viene meno, in tal caso, anche la classica funzione della satira, prima forma di critica del potere costituito. Non si verifica, infine, l’ipotetico e immaginario rovesciamento dello “scenario”: il paventare una situazione diversa e migliore.

Il 14 giugno del 2024, durante l’Udienza ad artisti del mondo dell’umorismo, Papa Francesco precisò il ruolo dell’ironia “Riuscite a far sorridere anche trattando problemi, fatti piccoli e grandi della storia. Denunciate gli eccessi di potere; date voce a situazioni dimenticate; evidenziate abusi; segnalate comportamenti inadeguati… Ma senza spargere allarme o terrore, ansia o paura, come fa molta comunicazione; voi svegliate il senso critico facendo ridere e sorridere. Lo fate raccontando storie di vita, narrando la realtà, secondo il vostro punto di vista originale. […] L’umorismo non offende, non umilia, non inchioda le persone ai loro difetti. Mentre oggi la comunicazione genera spesso contrapposizioni, voi sapete mettere insieme realtà differenti e a volte anche contrarie. […] La risata dell’umorismo non è mai ‘contro’ qualcuno, ma è sempre inclusiva, propositiva, suscita apertura, simpatia, empatia”.

Mirella Manfredi, neuroscienziata, è l’autrice del volume “Il cervello che ride” (sottotitolo “Neuroscienze dell’umorismo”), pubblicato da “Carocci” nel febbraio scorso. Parte dell’estratto recita “I ricercatori, grazie alle moderne tecniche delle neuroscienze, ci svelano i meccanismi cerebrali di uno dei più affascinanti fenomeni umani. Un viaggio all’interno della mente che stimola il lettore anche a riflettere sul proprio senso dell’umorismo e su come esso influenzi in modo significativo le dinamiche delle relazioni tra gli individui”.

Ridere costa. I rincari, infatti, si abbattono anche nel settore degli scherzi e, visti i costi elevati, rimane poco da ridere.

Il 26 febbraio scorso, federconsumatori.it ha pubblicato, al link https://www.federconsumatori.it/carnevale-tra-maschere-coriandoli-e-dolci-tipici-i-costi-aumentano-mediamente-del-5-rispetto-allo-scorso-anno-2/, gli aumenti degli articoli del Carnevale e quelli relativi all’organizzazione di una festa tra amici. Fra i numerosi dati, si legge “Mediamente i prezzi aumentano del +5% rispetto al 2024. […] Il prezzo medio di un costume quest’anno è di 59,99 euro per un adulto e 53,99 euro per un bambino, con un aumento rispettivamente del 9% e dell’8% rispetto al 2024. […] Dal Carnevale di Venezia, a quello di Viareggio, di Cento e di Putignano. A Viareggio il costo del biglietto ordinario è di 24,93 euro, a Putignano, invece, il biglietto di ingresso alle manifestazioni costa circa 18,00 euro, mentre a Cento il costo aumenta leggermente a 19,50 euro. Feste private. Chi, invece, preferisce organizzare una festa in maschera, oltre alle spese per l’affitto della location, che ammontano a circa 290 euro (+8%), deve mettere in conto i costi dei diritti SIAE (183,70 euro) e del buffet (17,25 euro a persona, +8%), a cui si possono aggiungere ulteriori spese nel caso in cui si voglia arricchire l’evento con la presenza di un fotografo (165,00 euro), di un animatore (178,00 euro) e di un truccatore (105,25 euro)”.

Nella ricerca spasmodica di risultare spassosi e beffeggiatori a tutti i costi, ipotizzando forme lievi di witzelsucht, si muovono gli instancabili commentatori dei social, pronti ad affondare, con la loro “opinione”, nei post o nelle immagini.

In alcuni casi, la voglia di ridere sembra diminuire, un esempio è il cinema, sia per le produzioni sia per i fruitori, in un rapporto circolare. Gli esperti e gli addetti ai lavori nel settore dell’intrattenimento, lamentano un calo nella realizzazione di film comici veri e propri, probabilmente causata dall’enorme diffusione delle piattaforme a pagamento in cui lo spettatore preferisce un umorismo sottile e diffuso trasversalmente per ogni tipo di pellicola.

Anche le ricerche sul web, relative alla locuzione “Pesce d’aprile” (https://trends.google.it/trends/explore?date=today%205-y&geo=IT&q=Pesce%20d%27aprile&hl=it), dimostrano, in Italia, un calo vertiginoso negli ultimi anni.

Nel passato, l’approssimarsi del I aprile, era vissuto con più partecipazione, sia in ambito difensivo per non rimanere turlupinati dallo scherzo sia in chiave offensiva per lasciare qualcuno appeso all’amo, come un “pesce”. L’attenzione diminuisce gradualmente, per vari motivi. Fra questi l’assenza della componente consumistica che, invece, pervade irrefrenabilmente altre feste, come San Valentino e la baracconata di Halloween. Nessuno ci guadagna con il Pesce d’aprile, per cui non si verificano l’attenzione e la subdola pressione delle altre feste.

L’altra motivazione può essere ricercata nella caratteristica, della società contemporanea, di vivere in una sorta di Pesce d’aprile continuo, fra fake news, truffe, raggiri e disinformazione. Il carattere evanescente e aleatorio di molte notizie rompe l’argine fra vero e falso e condanna tutti a una sorta di “verosimile realtà”. Il relativismo guadagna terreno e, come ricordava Orwell, “affermare la verità è un atto rivoluzionario”. Lo è sempre di più. Tutti credono a tutto, gli scherzi perdono peso.

Lo scherzare e l’ironizzare rappresentano una modalità di relazione con il prossimo, se ben calibrate sono in grado di favorire la socialità. In questo quadro, risulta fondamentale anche la capacità di autoironia e di scherzare su se stessi; si realizza, difatti, una sorta di autocritica e di condivisione della quotidianità, negli aspetti positivi e in quelli negativi. La solidarietà permette di parametrare le proprie sensazioni e di conferire, alla vita, il giusto equilibrio, senza esagerazioni in difetto o in eccesso.

In un mondo, infatti, di eccesso di scherzi, fake, truffe e scarsi riferimenti valoriali, l’individuo contemporaneo si trova spaesato, non sa se e come valutare il confine e l’equilibrio tra serio e faceto. Nella sua spasmodica ricerca (e consumo) di tecnologia, in cui trovare sicurezza, non riesce a ridere e quando vi prova, rischia di non coglierne la misura.

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