Non è solo una testimonianza di fuga, ma un manifesto di resistenza. Waheeda, 21 anni, rifugiata in Italia da tre, rompe il muro di silenzio che avvolge la condizione femminile in Afghanistan. Nel suo racconto, le privazioni più dure non sono solo i grandi divieti politici, ma la sistematica cancellazione dell’identità quotidiana: il divieto di ridere a voce alta, l’obbligo di essere scortata per andare a scuola, l’impossibilità di scegliere persino i propri abiti. Abbandonata dalla famiglia e dalle amiche per aver scelto di sottrarsi a un destino già scritto — quello di una vita vissuta nell’ombra tra matrimoni combinati e assenza di privacy — Waheeda ha trovato nel figlio la bussola per il proprio riscatto. Oggi, mentre affronta le fatiche dell’integrazione e la sfida di una nuova lingua, lancia un appello alle sue coetanee rimaste in patria: “Continuate a lottare, anche se siete sole”. Un ritratto intenso che ci ricorda come la libertà non sia un traguardo scontato, ma una conquista che, per alcune donne, passa attraverso il coraggio di perdere tutto pur di ritrovare se stesse.
L’Intervista
Waheeda, grazie per essere qui. Hai 21 anni e da tre vivi in Italia, ma alle tue spalle c’è un passato molto difficile in Afghanistan. Oggi vivi come una “persona normale”, ma cosa significava per te la parola “normalità” quando eri un’adolescente nel tuo Paese?
“Grazie a voi. In Afghanistan non avevo i diritti basilari di un essere umano. La mia non era una vita scelta, ma imposta. Fin da quando ho memoria, ogni gesto era controllato: mia madre e mio fratello mi accompagnavano a scuola solo per assicurarsi che non parlassi con dei maschi. Mi chiedevo spesso: “Siamo tutti umani, perché non posso comunicare con gli altri?”. Era una negazione continua della mia natura di essere sociale”.
Nel tuo racconto emergono privazioni che a noi sembrano incredibili, quasi banali nella loro quotidianità, ma che per te erano muri invalicabili. Ci aiuti a capire meglio?
“Sono le piccole cose che diventano fondamentali. A casa non potevo ridere a voce alta perché mio padre e i miei fratelli si arrabbiavano: dicevano che gli altri non dovevano sentire la mia voce. Non potevo scegliere i miei vestiti, dovevo essere coperta 24 ore su 24. Per una donna in Afghanistan la privacy non esiste. Non puoi scegliere nulla: nasci per fare figli con uno sconosciuto, resti in silenzio e muori lì”.
Nonostante questo isolamento, hai trovato la forza di scappare e ricostruirti. In questo cammino di riscatto, quanto ha contato tuo figlio?
“Mio figlio è stato la mia unica speranza. Quando ho deciso di abbandonare quella realtà, le persone che conoscevo mi hanno voltato le spalle una per una: prima la mia famiglia, poi le amiche. Mi sono ritrovata sola, ma lui mi ha fatto crescere tantissimo. Sono sicura che senza di lui non avrei trovato il coraggio di affrontare tutto questo. È per lui che ho deciso di uscire da quella condizione”.
Oggi sei in Italia, un Paese diverso per lingua e cultura. Se dovessi fare un bilancio, come ti senti in questo momento?
“Dire che sto bene al cento per cento sarebbe una bugia. Sto bene perché sono libera, ma sto ancora affrontando la fatica di costruire una vita da zero in un posto che non è il mio. È una sfida quotidiana fatta di ostacoli linguistici e integrazione, ma è una sfida che ho scelto io”.
Il tuo pensiero va spesso alle donne che sono rimaste in Afghanistan. Che differenza vedi tra la loro lotta e, ad esempio, quella delle donne in Iran?
“Le donne del mio Paese sono le più coraggiose al mondo perché continuano a resistere in condizioni disumane. In Iran le proteste si sentono perché uomini e donne scendono in strada insieme. In Afghanistan è diverso: quando una donna protesta, gli uomini spesso non la sostengono, la lasciano sola”.
Qual è il messaggio che vorresti far arrivare alle tue coetanee che oggi, a Kabul o in altre città, cercano la forza per non arrendersi?
“Voglio dire loro: continuate a lottare, anche se siete sole. Anche se gli uomini non vi supportano, andate avanti comunque. Lo so che è durissimo, lo so che fa paura, ma questi giorni passeranno. Noi siamo capaci di farcela, non smettete di credere che riusciremo a cambiare le cose”.

