Il 21 aprile 2025 la morte di Papa Francesco gettava il mondo intero nel lutto. Il dolore che Lucio Brunelli, già vaticanista del TG2 e direttore di Tv2000 e Radio InBlu, ha provato è stato simile a quello per la perdita di una “persona cara, familiare”. Tra Brunelli e il Pontefice argentino c’è stato infatti un rapporto di conoscenza non solo professionale, ma anche umana, lungo vent’anni, che il giornalista ha ripercorso nel libro “Papa Francesco. Come l’ho conosciuto io”, edito da San Paolo nel 2020. A un anno dalla scomparsa di Francesco, Interris.it ha raccolto il suo ricordo.
Cosa ha provato quando ha saputo della scomparsa di Papa Francesco?
“Dolore, come quando si perde una persona cara, familiare. E commozione, ripensando al dono di un incontro che ha accompagnato vent’anni della mia vita”.
Ci racconta il vostro primo incontro?
“Ho incontrato la prima volta il cardinale Bergoglio nell’ottobre del 2005, otto anni prima della elezione a Papa. La sua fama di uomo di Dio che rifiutava ogni forma di mondanità mi aveva già raggiunto e desideravo conoscerlo. L’occasione fu una cena a casa di amici del cardinale, Gianni Valente e Stefania Falasca, a Roma, dove Bergoglio era venuto per partecipare ad un Sinodo. I suoi racconti, quella sera, mi conquistarono. Ci parlò di una sua amica di infanzia, divenuta vittima dello sfruttamento della prostituzione, che organizzava un incontro in chiesa con altre donne che erano finite nella stessa condizione e chiedevano a Bergoglio di celebrare messa per loro”.

Cosa vi siete detti, la prima volta che avete parlato?
“Alla fine della cena mi prese in disparte, mi aspettavo un rimprovero perché sapevo che non aveva gradito un mio articolo su Limes, sui retroscena del conclave dell’aprile 2005 – quello che aveva eletto Ratzinger e in cui Bergoglio era stato il secondo più votato. Invece, fissandomi, con uno sguardo serio ma mite, mi chiese se potessi prendere l’impegno di pregare per lui. Non era un convenevole clericale, sembrava per lui la cosa più importante al mondo, in quel momento. Non ci siamo persi più di vista. Per vent’anni ci siamo scritti e ogni lettera si concludeva con l’impegno per una preghiera vicendevole. Da Papa è rimasto lo stesso. Solo, forse, rispetto a prima, con una più grande pace nel cuore e una maggiore determinazione nel portare avanti il rinnovamento che riteneva necessario in Vaticano e nella Chiesa. Si definiva un peccatore guardato dal Signore”.
Quale è stata la cifra del suo pontificato?
“La misericordia, intesa come il cuore di Dio. Voleva testimoniare questo, attraverso la vicinanza agli ‘scartati’, la compassione per le creature ferite e per il Creato devastato. Ma al centro della sua predicazione c’era sempre Cristo, il suo sguardo di misericordia su noi umani. Una Chiesa più vicina alla gente, senza dogane e dazieri, aperta a ogni persona, senza alcuna esclusione. ‘Tutti, tutti, tutti’, ripeteva”.

A destra: Lucio Brunelli. Foto © Stefano Scarpiello da Imagoeconomica.
Bergoglio invitava a non perdere mai il senso dell’umorismo e citava la Preghiera del Buonumore di Thomas Moore. Era anche una sua caratteristica?
“Sì, aveva un grande senso dell’umorismo, amava scherzare. In un’intervista a Tv2000, fatta in coppia con Paolo Ruffini, disse che l’umorismo è ‘l’espressione umana che più assomiglia alla grazia divina’. Chi si affida al buon Dio ed è cosciente di essere un peccatore, in effetti, sa ridere di sé stesso, impara a non prendersi troppo sul serio. E guarda con un sano relativismo a tante cose che i potenti reputano importanti”.
Cosa l’ha colpita di lui?
“Era un uomo libero da tutto e da tutti, davanti a Dio. Riconosceva i propri difetti e da essi traeva più motivi per domandare al Signore il perdono e la grazia di cambiare. Mi ha sempre colpito la sua preghiera, molto tradizionale, fatta di Rosari e novene: era il respiro del suo quotidiano”.
C’è un ricordo in particolare che porterà con sé?
“La sua ultima lettera, a fine gennaio 2025. Gli avevo scritto dicendogli che avevo fatto un sogno: il Papa in visita alla comunità cristiana di Gaza, tra le macerie prodotte dai bombardamenti israeliani. Lui era già malato, si muoveva in carrozzina, aveva appena compiuto 88 anni. Mi aspettavo che mi avrebbe preso per matto. Rispose poche ore dopo, ringraziando ‘per l’idea’ e dicendo che sarebbe stata ‘una cosa buona’ una visita a Gaza: avrebbe ‘sondato’ la Segreteria di Stato per verificare la fattibilità e l’organizzazione del viaggio. Fino alla fine, pronto a muoversi per far sentire un segno della vicinanza e della compassione di Dio alle popolazioni più sofferenti a causa della guerra. Purtroppo, da lì a pochi giorni sopravvenne una brutta infezione polmonare e le sue condizioni peggiorarono fino alla morte”.

