La situazione dei ghiacciai italiani rappresenta uno dei segnali più evidenti degli effetti dei cambiamenti climatici. Il loro progressivo arretramento, accelerato negli ultimi anni dall’aumento delle temperature e dalle frequenti ondate di calore, modifica gli ecosistemi alpini e incide sulla disponibilità delle risorse idriche. La loro tutela passa innanzitutto dalla riduzione delle emissioni di CO2, ma anche dalla capacità di adattare la gestione del territorio ai nuovi scenari. Un’emergenza ambientale che coinvolge montagne, comunità e interi ecosistemi. Interris.it, su questo tema, ha intervistato la dott.ssa Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, già presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta e presidente CIPRA Italia.
L’intervista
Dottoressa Bonardo, qual è la situazione dei ghiacciai italiani in questo frangente segnato dall’emergere degli effetti più gravi dei cambiamenti climatici?
“I ghiacciai sono in regressione ormai da alcuni decenni, però ho osservato che in questi ultimi anni questa regressione ha subito un’accelerazione incredibile, addirittura al di sopra di quello che gli esperti potessero mai prevedere, e noi lo stiamo toccando con mano”.
Cos’è emerso dalla “Carovana dei Ghiacciai” di quest’anno?
“Quest’anno è stato un anno in cui la crisi climatica si è fatta sentire particolarmente, perché le ondate di calore sono state molte: ben quattro su tutte le Alpi. Abbiamo quindi potuto vedere come i ghiacciai si stanno ritirando, ma anche osservare una serie di situazioni particolari. Si pensi che, in Valnontey, abbiamo visto come in passato su quel ghiacciaio si potesse sciare anche d’estate. Adesso, come sugli altri ghiacciai alpini, è ancora possibile farlo, ma abbiamo osservato anche un lago glaciale che deriva dalla fusione del ghiaccio”.
Avete osservato diverse situazioni a rischio.
“Sì. Quest’ultimo, ad esempio, essendo incastrato nel ghiacciaio, il lago genera anche un rischio, perché incombe sulla città di Cogne, che si trova più in basso. Per fortuna è monitorato e viene anche parzialmente svuotato, ma resta una situazione problematica. Successivamente, un’altra grande situazione di rischio l’abbiamo osservata anche sul Planpincieux, quel ghiacciaio di cui si parla spesso e che talvolta porta alla chiusura della strada. Si tratta di un ghiacciaio di pendio che incombe sulla valle e, per fortuna, la Fondazione Glaciologica Italiana sta sviluppando un monitoraggio continuo e un’attività di prevenzione insieme alla Protezione Civile”.
Anche i sentieri stanno cambiando.
Esattamente. Abbiamo osservato come i sentieri stiano cambiando repentinamente in conseguenza della crisi climatica, perché la montagna diventa più fragile. Molti percorsi, dopo un acquazzone o semplicemente a causa dell’instabilità del terreno, possono sparire. Sul Monviso, nelle scorse settimane, c’è stata una frana in corrispondenza di un sentiero che stavamo osservando”.
Gli ecosistemi mutano progressivamente.
“Gli ecosistemi stanno cambiando: la vegetazione che sale sempre più in alto, quasi rincorrendo i ghiacciai e occupando le aree un tempo dedicate al ghiaccio. Sempre sul Monviso abbiamo potuto vedere quanto sia rimasto ormai poco dei ghiacciai: sopravvive solo il ghiaccio nevato del Coolidge e l’acqua ghiacciata. Ieri siamo stati alle sorgenti del Po e, chiaramente, la mancanza di acqua sotto forma di ghiaccio e neve, che d’estate poteva contribuire ad alimentare torrenti e poi fiumi, in questo caso il Po, si sente e crea un problema”.
Quali sono i vostri auspici per la tutela dei ghiacciai?
“I ghiacciai si possono tutelare in un unico modo: immettendo meno CO2 in atmosfera, non ci sono altre ricette. Quindi, quella famosa ricetta che non piace a tutti, ovvero la mitigazione, è fondamentale: non ci sono altre ricette. Inoltre, oltre a mitigare, dobbiamo anche cercare di adattarci a questo cambiamento ed è quindi importante modificare la gestione del territorio”.
State operando in sinergia.
“Sì. Noi operiamo anche attraverso una sorta di piattaforma politica promossa da Legambiente dalla Fondazione Glaciologica Italiana, dal CAI e da CIPRA, insieme a un centinaio di altri soggetti, soprattutto Università ed enti di ricerca, proprio per spingere verso una gestione del territorio che sappia adattarsi a queste nuove situazioni”.

