L’Iran rappresenta uno dei contesti politici e sociali più complessi del Medio Oriente contemporaneo, segnato da una storia recente caratterizzata da rivoluzioni, tensioni interne e forti contrapposizioni con la comunità internazionale. Dalla caduta della monarchia dello Shah e dalla nascita della Repubblica Islamica, il Paese ha attraversato profondi cambiamenti che continuano a influenzare la vita istituzionale e sociale, soprattutto alla luce delle proteste e delle pressioni esterne. Interris.it, su questo tema, ha intervistato il professor Agostino Giovagnoli, docente emerito di Storia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

L’intervista
Professor Giovagnoli, quali furono le principali cause sociali, politiche ed economiche che portarono al ritorno di Khomeini in Iran nel 1979?
“Il regime precedente, quello dello Shah Reza Pahlavi, era fortemente autoritario. Nel 1975 erano stati sciolti anche i partiti politici. La polizia segreta, la famigerata Savak, rapiva, uccideva e torturava molte persone. La povertà stava crescendo mentre lo Shah esibiva la propria ricchezza. Insomma, vi era una serie di motivi di carattere politico, sociale ed economico che rendevano questo regime molto inviso alla popolazione: una modernizzazione autoritaria, superficiale e priva di radici profonde”.
In che modo l’arrivo di Khomeini e l’instaurazione della Repubblica Islamica hanno cambiato la struttura dello Stato e della società iraniana rispetto al periodo precedente?
“L’arrivo di Khomeini fu reso possibile da una convergenza di forze anche molto diverse tra loro, dai liberali ai marxisti, che credettero di poter utilizzare la spinta del clero sciita contro il regime dello Shah e il suo esercito, il cui ruolo era molto forte. In realtà non andò così. Il clero sciita, grazie al suo profondo radicamento nella popolazione, l’Islam sciita, a differenza di quello sunnita, possiede un clero strutturato, riuscì a convogliare il consenso intorno alla figura dell’Ayatollah Khomeini. Al suo ritorno in Iran questi fu accolto da una manifestazione impressionante, con milioni di persone. Khomeini divenne così la guida suprema che, insieme a un Consiglio, applica la legge islamica, la Sharia, pur mantenendo formalmente in vita un sistema di governo laico, il cui ruolo risulta però fortemente ridimensionato”.
Guardando all’Iran di oggi, tra proteste sociali, nuove generazioni e pressioni internazionali, che scenari si profilano per il Paese?
“Oggi la situazione è molto drammatica. Negli ultimi anni ci sono state diverse ondate di proteste e quella attuale è molto vasta e diffusa, ma ha già provocato una terribile repressione: si parla addirittura di decine di migliaia di morti, forse 40 mila, cifre impressionanti che danno la misura della violenza applicata dal regime. C’è da augurarsi che questa protesta possa trovare uno sbocco e ottenere l’attenzione che merita anche da parte della comunità internazionale. Quanto agli scenari futuri, è molto difficile prevederli: non sappiamo se questa protesta sia sostenuta da una rete in grado di costituire un nuovo sistema politico, cioè una nuova classe dirigente capace di sostituirsi all’attuale regime. Sul piano dell’azione esterna, il presidente Trump ha più volte parlato di un possibile intervento, ma con il passare dei giorni questo intervento non si è concretizzato. Forse Trump spera di poter ‘delegare’, in qualche modo, il cambio di regime alla Turchia o all’Arabia Saudita e teme, inoltre, che un intervento diretto in Iran possa provocare reazioni forti da parte della Russia e della Cina, che sostengono l’attuale regime”.

