Tra fede, cultura e inclusione: il progetto “ArtEcclesiae” a Catania

Il presidente di AR.CA, Paolo Babbo, racconta il progetto della diocesi etnea: accoglienza qualificata, apertura delle chiese e nuove opportunità di lavoro per rendere più accessibile il patrimonio ecclesiastico

pontefici
Foto di Marco Wolff da Pixabay

La valorizzazione dei beni ecclesiastici rappresenta oggi una delle leve più importanti per lo sviluppo del turismo culturale in Italia. Chiese, complessi monumentali e percorsi devozionali costituiscono un patrimonio artistico e spirituale di straordinario valore, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo. Accoglienza qualificata, servizi di visita e una gestione organizzata dei luoghi sacri possono contribuire a rendere questo patrimonio più accessibile e fruibile, favorendo al tempo stesso occupazione e sviluppo locale. Interris.it ne ha parlato con Paolo Babbo, presidente di AR.CA, realtà attuatrice del progetto ArtEcclesiae della diocesi di Catania.

L’intervista

Presidente, quali sono, a suo parere, gli aspetti più qualificanti di ArtEcclesiae a Catania?

“Gli aspetti qualificanti sono, prima di tutto, l’attenzione alle aspettative e alle esigenze del visitatore. Il nostro lavoro consiste nel rendere semplice e piacevole l’esperienza di chi arriva in un luogo che spesso non conosce e ha bisogno di essere guidato. L’obiettivo è mettere ogni visitatore nelle condizioni di entrare davvero nello spirito del luogo che sta visitando, e Catania, da questo punto di vista, ha moltissimo da offrire. Per raggiungere questo risultato servono diversi elementi. Innanzitutto, un’accoglienza professionale, con personale organizzato e coordinato in grado di garantire una copertura reale dei servizi. A Catania abbiamo già assunto 25 persone e probabilmente dovremo assumerne altre. Stiamo inoltre preparando un’audioguida dedicata alla città, mentre a Lecce questo strumento è attivo da anni. Un altro aspetto fondamentale riguarda la possibilità concreta di visitare i luoghi ecclesiastici, in particolare le chiese. Troppo spesso i visitatori si trovano davanti a portoni chiusi, e questo genera insoddisfazione. Per questo motivo abbiamo organizzato i nostri servizi a Catania, come già a Lecce, Bari e Bitonto, con orari di apertura prolungati per 365 giorni all’anno.”

Che risultati sta ottenendo il modello Artwork sotto il profilo dell’inclusione lavorativa?

“L’inclusione lavorativa è per noi una conseguenza naturale del progetto. Abbiamo ricevuto molti curriculum e inviato diverse lettere di assunzione. Tutti i lavoratori sono assunti con contratto collettivo nazionale e con il pieno rispetto dei diritti. Attualmente abbiamo 25 persone, ma sarà probabilmente necessario ampliare la squadra. Il servizio richiede infatti una presenza costante: il visitatore deve sempre trovare qualcuno con cui confrontarsi. In un’epoca caratterizzata da un uso sempre più intenso della tecnologia, cerchiamo di mantenere un equilibrio. Utilizziamo gli strumenti digitali, ma teniamo molto al rapporto umano, al contatto diretto e al dialogo faccia a faccia. Senza questa dimensione il servizio rischierebbe di diventare freddo e impersonale. Ovunque abbiamo operato abbiamo ricevuto riscontri positivi. Spesso ci lamentiamo della mancanza di opportunità lavorative, ma non sempre si presta la giusta attenzione al valore delle risorse umane. Noi cerchiamo di farlo, costruendo squadre coese, composte da persone che collaborano tra loro. Offrire queste opportunità non è solo giusto, ma anche doveroso.”

Quali sono i vostri auspici per lo sviluppo delle attività e per la valorizzazione dei beni ecclesiastici a Catania?

“Lavoriamo in questo ambito da circa sette anni e abbiamo registrato una crescita costante. Siamo partiti da Lecce, poi abbiamo esteso le attività a Bari e Bitonto e oggi siamo presenti anche a Catania. Questo percorso ci ha permesso di esplorare nuovi ambiti. Di recente, ad esempio, abbiamo presentato un progetto per la gestione di un’area archeologica nel Comune di Melendugno, già approvato dal Consiglio comunale. Continueremo a operare in questa direzione, cogliendo le opportunità più adeguate. Fin dall’inizio abbiamo adottato un approccio professionale e imprenditoriale. Il percorso di Catania è stato studiato con il cuore, per valorizzare il patrimonio legato a Sant’Agata e alle chiese a lei dedicate, ma anche con attenzione alle prospettive economiche necessarie alla sostenibilità del progetto. I risultati economici permettono infatti di proseguire l’attività mettendo al centro le persone e la loro dignità. Tutti i nostri collaboratori hanno rapporti di lavoro dipendente, ad eccezione delle guide turistiche professionali con cui collaboriamo. Riteniamo che questo sia un modello corretto e responsabile, che ci sta aprendo spazi che, finora, non erano presidiati.”

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