Nel suo libro “La filosofia di Andrej Tarkovskij” (Effatà), Massimiliano Pappalardo interpreta l’arte non come semplice espressione estetica, ma come necessità profonda dell’essere umano: una risposta vitale allo smarrimento spirituale del nostro tempo. In sintonia con il pensiero del regista russo, l’autore vede nella creazione artistica un gesto originario di sopravvivenza interiore, una tensione verso il trascendente capace di dare forma al tempo, al silenzio e alla ricerca di senso. In questa intervista, Massimiliano Pappalardo riflette su Tarkovskij come pensatore, sul valore filosofico dell’arte e sulla sua capacità di parlare ancora all’uomo contemporaneo.
L’intervista
Cosa l’ha spinto a dedicare un intero libro alla filosofia di Andrej Tarkovskij, più che al solo Tarkovskij regista?
“Per me non esiste davvero una cesura netta tra il pensiero e l’opera, Tarkovskij non è semplicemente un autore di film, ma un pensatore incarnato, un uomo che ha posto domande sull’essere, sul tempo, sulla nostalgia dell’ideale e sul destino dell’arte. L’atto di scolpire il tempo non è solo una tecnica cinematografica ma un gesto metafisico, la manifestazione dell’anima umana che non si accontenta di mera visione, ma ricerca il senso profondo dell’essere. E poiché la filosofia non è un’astrazione separata dalla vita ma la sua reazione più radicale, è naturale che la mia indagine si spinga oltre il cinema inteso come semplice mezzo per guardare immagini, per entrare invece nel pensiero che quelle immagini inaugurano e provocano. In Tarkovskij la filosofia diventa visione, e il cinema diventa filosofia”.
A chi sente di rivolgersi principalmente questo volume: agli studiosi di cinema, ai filosofi, o a chi è in ricerca di senso?
“Questo libro, nella mia intenzione, non è una nicchia erudita né un trattato accademico chiuso in sé, è un invito alla lettura profonda dell’esperienza umana attraverso l’opera di un artista che ha sondato l’anima del nostro tempo. Si rivolge agli studiosi di cinema che non vogliono restare ancorati alla mera tecnica; ai filosofi che riconoscono l’arte come forma di pensiero; e, soprattutto, a chiunque sia in ricerca di senso, a chi sente che la vita e le immagini che guardiamo non sono due mondi separati ma due campi di esperienza che si intrecciano e si rispecchiano. Tarkovskij può parlare a tutti coloro che non si accontentano delle risposte facili, ma cercano un dialogo con la realtà più profonda”.
In che modo, secondo lei, l’arte può ancora parlare all’uomo di oggi?
“L’arte non parla per noi, né si limita a intrattenere. L’arte parla con noi, nella lingua del silenzio, della durata, dell’attesa. In questo tempo indegno dominato da immagini superficiali e da stimoli istantanei, l’arte autentica che è sempre una preghiera di bellezza, ci rimette di fronte alla domanda radicale: che senso abbiamo? Perché esiste il tempo e il nostro tempo e perché è così prezioso? Tarkovskij diceva che il cinema è il tempo scolpito. É l’artista imprime la sua tensione verso ciò che non si consuma, ma si lascia abitare. Ed è proprio qui che l’arte continua a parlare all’uomo contemporaneo con il cuore ancora aperto al miracolo eventuale. Non come un messaggio da decifrare, ma come esperienza che trasforma chi guarda, chi ascolta, chi si lascia attraversare dalla visione”.
Il concetto di “scolpire il tempo” è centrale nel pensiero di Tarkovskij. Come lo ha interpretato filosoficamente nel suo lavoro?
“‘Scolpire il tempo’ non è una metafora estetica, è una teoria dell’esperienza umana. Esso indica la capacità dell’arte di imprimere nella materia dell’esperienza la profondità del vissuto interiore di trattenere il flusso della coscienza e renderlo visibile, udibile, tangibile. Filosoficamente, significa considerare il tempo non come un semplice susseguirsi di istanti numerici, ma come un campo vissuto, carico di memoria, attesa, nostalgia dell’ideale. È un tempo che non scorre via, ma si lascia abitare proprio come l’arte non si limita a mostrare, ma invita a entrare, a rimanere, a capire”.
Che cosa spera rimanga nel lettore dopo aver chiuso La filosofia di Andrej Tarkovskij?
“Spero che il lettore non senta di ‘aver finito’ qualcosa, bensì di aver cominciato a vedere con occhi nuovi. Che porti con sé non un’idea neutra di Tarkovskij, ma una domanda vivente che risuona dentro: Cosa significa vivere il tempo in profondità? E che questa domanda non sia un peso, ma un invito all’ascolto, alla responsabilità, alla consapevolezza di sé e del mondo. Perché in fondo ogni opera d’arte autentica ci lascia con una tensione che ferisce, non verso una risposta conclusiva, ma verso un’apertura di senso che continua a parlare dopo che il libro è chiuso”.

