Il Sudan è oggi teatro di una delle crisi umanitarie più gravi e dimenticate al mondo. Un conflitto prolungato, caratterizzato da violenze diffuse contro la popolazione civile, ha prodotto milioni di sfollati interni e rifugiati nei Paesi vicini, aggravando fame, malattie e instabilità. In questo contesto drammatico, Interris.it ha intervistato Fabrizio Cavalletti, responsabile del Servizio Africa di Caritas Italiana, offre una lettura approfondita della situazione sul campo, delle emergenze umanitarie più urgenti e degli interventi messi in atto per sostenere le comunità colpite.

L’intervista
Dottor Cavalletti, come si sta configurando l’attuale situazione in Sudan?
“La situazione in Sudan resta estremamente drammatica, sia dal punto di vista della popolazione sia sotto il profilo umanitario. Non si intravedono prospettive concrete di pace: le due forze in conflitto non sembrano interessate a cessare le ostilità nel breve periodo. Tutti i tentativi di negoziazione e mediazione sono falliti, anche perché l’impegno della comunità internazionale è stato debole e discontinuo. Sul terreno il Paese appare sostanzialmente diviso: le forze governative controllano gran parte del territorio e hanno riconquistato Khartoum da quasi un anno, mentre le Forze di supporto rapido controllano di fatto tutto il Darfur. A ottobre hanno preso El-Fasher, capitale del Darfur settentrionale, dopo un assedio durato oltre 18 mesi. Durante l’assedio la fame è stata usata come arma di guerra, causando morti per denutrizione e costringendo le persone a nutrirsi di cibo per animali. Dopo l’ingresso dei miliziani, immagini satellitari e testimonianze parlano di esecuzioni sommarie e violenze sistematiche. Non a caso le Nazioni Unite definiscono questo conflitto una ‘guerra di atrocità’. Oggi l’epicentro del conflitto si è spostato verso il Kordofan, nel centro-sud del Paese, dove si combatte per il controllo di El-Obeid. Gli scontri stanno generando nuovi sfollamenti verso aree considerate relativamente più sicure, come lo Stato del Nilo Bianco e le regioni orientali, dove però sono già presenti moltissimi sfollati. La situazione umanitaria resta dunque gravissima.”
Quali sono le emergenze più gravi sotto il profilo umanitario?
“L’emergenza umanitaria è estremamente complessa. I nuovi sfollati arrivano senza nulla e hanno bisogno di tutto: cibo, acqua, riparo, assistenza sanitaria. A questo si aggiunge la necessità di continuare a sostenere i milioni di persone già sfollate: il conflitto ha prodotto oltre 12 milioni di sfollati interni. Anche chi è rientrato a Khartoum dopo la riconquista della città si trova in condizioni drammatiche, con case distrutte, servizi inesistenti e infrastrutture al collasso. Oggi oltre 30 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari. Nei Paesi limitrofi la pressione è enorme. Il Ciad, il Sud Sudan e l’Egitto continuano ad accogliere rifugiati sudanesi. Dopo la caduta di El-Fasher, oltre 100 mila persone sono fuggite, molte delle quali hanno attraversato il confine con il Ciad, che già ospita più di un milione di profughi. Nel campo di transito di Tineh, in Ciad, le persone arrivano stremate e il primo bisogno è spesso quello di ricevere pasti caldi. In molte aree l’accesso all’acqua e all’igiene rappresenta l’emergenza principale, anche per prevenire epidemie. Si registrano focolai di colera, dengue e altre malattie tropicali. Particolarmente drammatica è la condizione delle donne e dei minori: le violenze sessuali sono diffuse e il rischio resta alto anche nei siti per sfollati. Sono quindi fondamentali interventi di protezione, spazi sicuri e supporto psicosociale.”
Quali azioni state ponendo in essere in qualità di Caritas?
“Caritas è impegnata sia in Sudan sia nei Paesi di accoglienza, in particolare Ciad, Egitto e Sud Sudan. In Sudan sono attivi programmi di emergenza nelle aree che accolgono un alto numero di sfollati, con interventi su acqua, igiene e servizi sanitari: costruzione di latrine, distribuzione di acqua potabile, kit igienici e attività di prevenzione delle epidemie. Vista la gravità della situazione, si stanno rafforzando gli interventi anche nelle zone meridionali e lungo i confini. Un altro strumento importante è il sostegno economico diretto agli sfollati, per permettere loro di rispondere ai bisogni in modo più flessibile. Questo approccio è attivo anche nei Paesi di accoglienza. In Ciad e in Sud Sudan Caritas opera nei campi di transito, fornendo pasti caldi e assistenza alimentare. In Sud Sudan è attivo anche un programma di sostegno per i rifugiati sudsudanesi rientrati dal Sudan dopo lo scoppio della guerra. Resta però un paradosso gravissimo: mentre le parti in conflitto continuano a ricevere armi, gli aiuti umanitari subiscono tagli. La comunità internazionale mostra una disattenzione profonda, sia sul piano diplomatico sia su quello umanitario. È una situazione difficile da accettare.”
Che scenari si stanno profilando per la popolazione civile e quali sono gli auspici di Caritas in merito?
“La speranza è legata alla vitalità della società civile sudanese, che in passato era riuscita ad avviare un processo democratico poi interrotto dal colpo di Stato dei militari oggi in guerra. Questa società civile è oggi in prima linea anche nell’assistenza umanitaria. L’auspicio è che riesca a ottenere maggiore attenzione e sostegno internazionale. Come Caritas, insieme a molte altre organizzazioni, si sta lavorando per sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori affinché sostengano chi in Sudan chiede la fine della guerra e una nuova transizione democratica. Serve un cambio di passo deciso da parte della comunità internazionale, finora del tutto insufficiente. Un altro auspicio è che questa guerra esca dall’invisibilità mediatica: il silenzio che la circonda è sconcertante, considerando che si tratta di una delle crisi più gravi al mondo. Maggiore attenzione potrebbe spingere la diplomazia ad agire. Infine, è fondamentale fermare il flusso di armi: un embargo serio potrebbe contribuire a ridurre la violenza e favorire un percorso di pace.”

