Tutto è cominciato con un incontro. Chiara Rossi, vicentina con alle spalle esperienze missionarie in America Latina, incontra in Italia padre Christian Carlassare, vescovo di Rumbek, in Sud Sudan che lei conosceva da molti anni, in quanto originario dalla stessa zona del Veneto. Padre Christian, sopravvissuto a un attentato, le parla con parole forti e colme di fede della realtà di un Paese segnato dalla guerra, ma animato da un ostinato desiderio di pace: “L’Africa non è solo dolore, ma sete di pace. È una terra ferita, sì, ma non sconfitta”. Quelle parole toccano profondamente Chiara. Le sue esperienze in Perù e in Bolivia l’avevano già resa sensibile alle ingiustizie e alla forza della solidarietà, ma ora sente che il suo cammino deve proseguire altrove: in Sud Sudan. Parte senza illusioni, con il desiderio di ascoltare, osservare e condividere.
La missione di Chiara
Giunta a Rumbek e poi a Bentiu, si immerge in una quotidianità segnata da enormi difficoltà, ma anche da una vitalità sorprendente. Incontra uomini e donne che, nonostante mille privazioni, costruiscono con tenacia il proprio futuro. Prova gioia nel vedere i tanti bambini che giocano tra le strade polverose, accendendo in loro la luce di un sogno. Sente anche la dignità dei silenzi delle famiglie colpite dalla violenza e ammira la loro resistenza, silenziosa, ma potente.
L’intervista
Chiara condivide la sua esperienza con Interris.it, animata dal desiderio di trasmettere un messaggio profondo: la missione non è cambiare il mondo, ma lasciarsi cambiare dal mondo che si incontra.
Chiara, da dove nasce la tua vocazione ad aiutare chi ha meno di noi?
“Tutto è iniziato con un campo di lavoro estivo organizzato dall’Operazione Mato Grosso. Quell’esperienza è diventata un cammino che mi ha accompagnato nella crescita, fino all’età adulta. Inizialmente vedevo partire e tornare tanti compagni, poi è arrivato anche il mio momento: sono stata in Perù per quattro anni, un anno in Bolivia, e in seguito ho accompagnato molti ragazzi italiani nei percorsi di preparazione alla missione. Con questo bagaglio è nato in me il desiderio di partire per l’Africa, anche solo per un mese, approfittando delle mie ferie. Più che una missione, la definirei un’esperienza di fraternità in una terra segnata da conflitti e da una povertà profonda”.
Hai avuto modo di conoscere da vicino la diocesi di Bentiu. Cosa ti ha colpito di questo vastissimo territorio?
“È una diocesi molto giovane e poverissima, priva delle infrastrutture di base, come le strade, e con pochissime opportunità lavorative. La vita è dura: niente comfort, niente connessione con il resto del mondo. Solo la realtà, nuda e cruda. Eppure è proprio lì che ho sentito la vita pulsare con più forza. Le comunità che ho incontrato vivono in condizioni che definiremmo disumane, eppure conservano un’umanità straordinaria. Donano quel poco che hanno con una generosità che, spesso, nel nostro mondo occidentale abbiamo dimenticato.”
Quali sono i principali problemi che hai riscontrato?
“Uno dei più gravi è quello dell’acqua. Nella zona di Bentiu, l’acqua viene estratta da pozzi o prelevata direttamente dalla palude. Ma si tratta di acqua non potabile, spesso insalubre. Le ricorrenti inondazioni, aggravate dal cambiamento climatico, hanno sommerso interi villaggi, costringendo migliaia di persone a rifugiarsi in campi profughi sovraffollati. Paradossalmente, mentre l’acqua invade tutto, quella potabile scarseggia. Le poche fonti disponibili sono spesso contaminate, aumentando il rischio di malattie come colera e diarrea, soprattutto tra i bambini. La crisi idrica colpisce anche la sicurezza alimentare, perché l’agricoltura è danneggiata dalla scarsità di terreni asciutti e coltivabili”.
Sappiamo che anche l’estrazione del petrolio rappresenta una minaccia. Ci puoi dire di più?
“Sì, è un problema enorme legato all’inquinamento ambientale. È una crisi silenziosa, ma devastante, soprattutto nelle regioni come l’Upper Nile e Unity State, dove si trova anche Bentiu. Il petrolio è la principale fonte di entrate per il Paese, ma viene estratto senza adeguati controlli ambientali o misure di sicurezza. I residui chimici e le perdite di greggio inquinano il suolo, le falde acquifere e i fiumi, compromettendo l’acqua potabile e l’agricoltura. Le comunità lamentano un aumento di malattie della pelle, problemi respiratori e aborti spontanei, soprattutto vicino ai siti petroliferi. Anche il bestiame soffre: beve acqua contaminata e pascola su terreni avvelenati. Purtroppo, il petrolio, da risorsa strategica, è diventato una minaccia per la salute e per l’ambiente”.
Chiara, ci descrivi un contesto estremamente difficile. Cosa ti ha lasciato nel cuore la gente che hai incontrato?
“Mi porto dentro la forza luminosa e inspiegabile delle persone di Bentiu. In Sud Sudan la gente sorride: con gli occhi, con i gesti, con le danze improvvisate su un terreno fangoso e pieno di buche. Mi ha colpito la gioia dei bambini, capaci di trasformare un nulla in un gioco. Le donne cantano mentre vanno a prendere l’acqua, anche se devono camminare chilometri sotto il sole. C’è una dignità profonda in chi ha perso molto, ma non ha perso se stesso. Di Bentiu mi resta una gioia fragile ma potente, che resiste dove tutto sembrerebbe perduto. Una lezione di umanità che porterò sempre con me”.

