Slow Fiber, un nuovo paradigma per il tessile tra etica, qualità e innovazione

Dario Casalini racconta Slow Fiber: filiere trasparenti, lavoro dignitoso, sostenibilità e consumi consapevoli per una moda più etica e durevole

Immagini dal profilo Facebook di Slow Fiber

Dario Casalini, fondatore di Slow Fiber, rete italiana di imprese tessili etiche, nel 2013, lascia la carriera accademica per prendere le redini dell’azienda di famiglia, che dal 1936 con il marchio “Oscalito”, produce a Torino maglieria di qualità con filiera verticalmente integrata dal filo al capo finito. Un’azienda che gestisce ogni processo: dalla tessitura al finissaggio, confezione, controllo qualità, logistica. Questo modo di fare impresa nel settore tessile e della moda, che ha a cuore la cura del prodotto e l’attenzione ai valori di filiera, è la strada “per una felicità durevole e sostenibile, fondata su una nuova armonia dell’essere umano con la natura che lo ospita e con i suoi simili, che meritano rispetto e dignità”. Un cambiamento rivoluzionario che mette al centro “la dignità del lavoro, il rispetto dell’ambiente, la tutela della salute del lavoratore e del consumatore”, in cui ciascuno di noi è chiamato a fare la sua parte.

Immagine gentilmente concessa da Slow Fiber

Vestire buono, pulito e giusto

Come ha avuto modo di evidenziare Carlo Petrini, ideatore di Slow Food, nella prefazione al libro di Dario Casalini “Vestire buono, pulito e giusto. Per tornare a una moda sostenibile”, la filiera riguarda “non solo la qualità dei vestiti che indossiamo (e la loro salubrità) e che consumiamo, ma anche le vite di coltivatori, operai, commercianti, artigiani e industriali, la cui giustizia sociale va garantita”. Un’idea per cui “È bello solo ciò che è anche buono, sano, pulito, giusto e durevole”, che dall’azienda di famiglia si traduce in una visione ampia, diventata il movimento Slow Fiber. Elemento distintivo di Slow Fiber è il sistema di KPI (Key Performance Indicator), validati da revisori esterni, che misurano l’effettiva adesione ai valori fondanti, garantendo trasparenza e solidità etica.

L’intervista

L’intervista di Interris.it a Dario Casalini, fondatore di Slow Fiber, già docente universitario di diritto pubblico.

Quando e come nasce Slow Fiber?

“L’associazione nasce nel 2022 dall’incontro tra il movimento Slow Food e 16 aziende virtuose della filiera tessile italiana, unite dalla volontà di applicare al tessile i valori fondanti di Slow Food – buono, sano, pulito e giusto – arricchiti dal principio di durabilità. Oggi la rete riunisce 41 imprese della moda e dell’arredamento impegnate a costruire un futuro diverso dall’attuale iperproduzione, dall’iperconsumismo e dallo spreco, restituendo centralità al lavoro, all’ambiente e alla qualità lungo tutte le fasi del processo produttivo. La rete diffonde consapevolezza sull’impatto del tessile e sostiene filiere locali che condividono trasparenza, sostenibilità e responsabilità sociale, aperte a collaborare con altre organizzazioni ispirate ai medesimi principi e impegnate concretamente a realizzarli”.

Cosa esprimono i cinque standard etici che sono alla base di Slow Fiber: “buono, sano, pulito, giusto e durevole”?

“Questi valori racchiudono la bellezza etica e responsabile che si contrappone alla bellezza distruttiva, che consuma risorse e persone. Buono indica il legame con il territorio, una prossimità che crea relazioni durature, dalle quali nasce un rapporto di fiducia. Sano riguarda tutto l’aspetto chimico: è salubre e non dannoso o pericoloso per chi lo indossa, in ragione dei materiali utilizzati e dei trattamenti cui gli indumenti sono sottoposti. Pulito attesta che la produzione ha rispettato l’ambiente, con il minimo impatto inquinante possibile, secondo criteri di naturalità e sostenibilità e con materie prime naturali, riciclate o comunque riciclabili. Giusto sottolinea che l’indumento è realizzato da lavoratori non sfruttati, che ricevono paghe eque e operano in condizioni di salubrità e sicurezza. Durevole è correlato alla funzione che il capo di abbigliamento o il tessuto d’arredo è destinato ad assolvere per un arco di tempo ragionevole, senza diventare rapidamente un rifiuto da smaltire”.

In che modo ritieni che si possa innescare un cambiamento rivoluzionario per migliorare la qualità dell’ambiente e della salute dei consumatori e restituire dignità ai lavoratori illegalmente sfruttati?

“Tutti siamo chiamati a fare la nostra parte nel sostenere la domanda di prodotti realizzati secondo modelli locali e trasparenti, per non essere corresponsabili del danno ambientale e sociale che un vestito può arrecare. Affinché la libertà di scelta sia effettiva, è fondamentale una conoscenza sia delle caratteristiche e delle qualità del prodotto sia degli elementi della filiera produttiva da cui il bene scaturisce. Occorre uno sforzo culturale di educazione permanente per un consumo informato, consapevole ed eticamente orientato: attento ai contenuti di sostenibilità ambientale e sociale e coerente con i valori di qualità e salubrità che il prodotto esprime, oltre che con quelli estetici, funzionali e di costo”.

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