“Sindrome del primo della classe”: di cosa si tratta, conseguenze sociali

La società della competizione intrappola l’individuo nelle sue brame e lo costringe a uno scontro continuo con il prossimo, laddove un risultato non raggiunto è sinonimo di fallimento

Foto di Vitaly Gariev su Unsplash (1)

La “Sindrome del primo della classe”, locuzione attuale e generalizzata a livello internazionale, indica la ricerca ossessiva, da parte dell’individuo, per apparire come il migliore e al fine di raggiungere l’agognato successo. Il fenomeno si lega principalmente all’ambito scolastico e all’età infantile ma, ad ampio spettro, riguarda anche gli adulti, nelle loro relazioni sociali, sentimentali e lavorative. È radicato, purtroppo, longitudinalmente e trasversalmente poiché interessa il singolo sin dai primissimi anni, quando si sviluppa la personalità e la si confronta con i pari; si diffonde, poi, in ogni ambito sociale rovinando qualsiasi tipo di rapporto, con conseguenze molto gravi. Il termine “sindrome” individua una condizione patologica e condotta all’eccesso: avere voglia e interesse a migliorare, a progredire, a centrare dei traguardi, a rendersi utile non è negativo. Diventa tale quando rappresenta l’unico scopo della vita, al punto da detronizzare il prossimo e non riconoscerlo, a esaltare se stessi, a risentire emotivamente e socialmente di un errore, come un adepto dei dettami della società contemporanea. In apparenza, sembrerebbe un merito, legato ad alti profitti a livello scolastico; in realtà, cela una continua ansia di prestazione da parte dei cosiddetti “primi”, fondata sul culto del successo anziché di uno sviluppo sano della personalità.

La pressione della competizione e il culto della perfezione

In una società della competizione e del successo, il giovane diviene un “cavallo da corsa”, obbligato a vincere, a superare e a escludere chi non regge il suo passo. Tale ruolo conduce a una situazione di stress, col rischio di disattendere le aspettative, cedendo a gravi ripercussioni personali, sino (con effetto boomerang) a un’autoesclusione e a una scarsa autostima. La sindrome costringe l’individuo a un confronto continuo, parametrato su obiettivi e numeri da raggiungere, in una sorta di culto della perfezione e di esaltazione personale. Il desiderio di porsi in evidenza è legato a ogni fascia di età, nei bambini, tuttavia, è molto sviluppato e concorre all’affermazione della personalità, nel mostrare al mondo di esserci. Forme estreme e patologiche di tale esigenza, nascondono insicurezza interiore e un mancato rapporto di relazione con i pari. La vivacità, intellettuale e fisica, si delinea, spesso, attraverso un atteggiamento competitivo, di sfida continua, in ogni ambito sociale. È compito del genitore e dell’educatore cogliere la loro sana esuberanza e mantenerla entro limiti accettabili, di rispetto e ascolto con l’altro da non considerare come un avversario.

Le responsabilità educative e i rischi dell’arrivismo infantile

La competitività dei piccoli può derivare dagli “insegnamenti” ricevuti in famiglia e dalle aspettative esagerate che i genitori ripongono nei figli. Un bambino ridotto a primeggiare e a guardarsi bene dagli altri, compromette la propria socialità, irrompe nel vicolo cieco dell’isolamento e della solitudine da cui difficilmente riuscirà a salvarsi nel corso del tempo. L’arrivismo infantile, sospinto dall’ansia da prestazione, disallinea anche gli interessi fra coetanei e allontana, sempre più, il primo della classe dai discorsi e dai temi che formano il tessuto e l’interazione del gruppo. Una società che misura e classifica il merito rischia di dimenticare le diverse opportunità di partenza e, nel suo sviluppo dicotomico, tende a premiare soltanto chi ha ottenuto successo, considerando gli altri come falliti o non degni.

Meritocrazia, disuguaglianza e critica sociale

Papa Francesco ne scardina l’essenza partendo dall’assunto lavorativo. Nel Discorso durante la visita pastorale a Genova, il 27 maggio 2017, affermò “L’accento sulla competizione all’interno dell’impresa, oltre a essere un errore antropologico e cristiano, è anche un errore economico, perché dimentica che l’impresa è prima di tutto cooperazione, mutua assistenza, reciprocità. […] Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata ‘meritocrazia’. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il ‘merito’; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. […] Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole”. Mattia Danesi è l’autore del volume “Manifesto per la meritocrazia integrale”, pubblicato da “Susil Edizioni” nel luglio 2024. Il testo “vuole essere una formula per uscire dal guado di un’epoca percepita da molti oramai come vuota di speranza. Un’epoca dominata dal caos mercatistico, individualista e consumista, pletorico e iper-produttivo, che diviene a essere un inferno lavorativo e sociale, dove le realizzazioni sono relegate appunto nel piccolo-frammentario, nella temporaneità, o nello spazio sempre più angusto della vita privata, mancanti una grande guida, una filosofia affidabile, una direzione comune verso la quale marciare, una costruzione organica della società, un modello di crescita sano e naturale”.

Scuola, orientamento e disagio degli studenti

In merito alle prospettive di riuscita, di rendimento scolastico e delle opportunità fornite da società e istituzioni, il ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato, nel marzo scorso, i numeri riguardo le nuove motivazioni e tendenze degli studenti. Fra i diversi dati, si legge “Il risultato più rilevante di questa tornata di iscrizioni è relativo alla filiera 4+2, che unisce un percorso tecnico-professionale di quattro anni allo sbocco nell’istruzione terziaria, verso gli ITS Academy ma anche verso le Università, in alternativa all’ingresso diretto nel mondo del lavoro. Con 10.532 iscritti, il numero è quasi raddoppiato rispetto ai 5.449 dello scorso anno. […] I Licei continuano a essere preferiti da oltre la metà delle studentesse e degli studenti che devono effettuare la scelta della Secondaria di II grado, con il 55,88% delle iscrizioni, in linea con il 55,99% di un anno fa. […] Le iscrizioni agli Istituti tecnici si attestano al 30,84% (31,32% nell’a.s. 2025/2026). […] L’iscrizione ai Professionali cresce dal 12,69% al 13,28%. Tra gli indirizzi più scelti: ‘Enogastronomia e Ospitalità Alberghiera’ sale dal 3,94% al 4,15%”. Di contro, orizzontescuola.it, lo scorso 17 aprile, riportava “Secondo l’ultimo rapporto HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), promosso dall’OMS e curato in Italia dall’ISS su oltre 89.000 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, la scuola diventa per molti un luogo di sofferenza già a partire dall’adolescenza. Se tra gli 11 e i 13 anni la maggioranza degli studenti dice ancora di amare andare a scuola, la situazione precipita nella fascia 15-17 anni: circa uno studente su due non ama la scuola. Non solo: oltre l’80% dei ragazzi di questa età si dichiara stressato dal carico di lavoro tra compiti, interrogazioni e verifiche. Un’ansia costante, quotidiana, che trasforma la campanella in un suono minaccioso”.

Le conseguenze psicologiche del perfezionismo

La “vittima”, stretta nell’esigenza di dimostrare al prossimo di essere il migliore, non discerne i propri meriti e i propri limiti e si proietta in un percorso di autoesclusione, sorretto dal perfezionismo senza sbocchi e utilità. L’obiettivo, prettamente quantitativo e materiale, provoca, nel caso non fosse raggiunto, gravi ripercussioni personali. Il primo della classe non sa perdere e non è in grado di sedimentare e capitalizzare un’affermazione solo parziale: un obiettivo centrato a metà è, considerato, infatti, come una sorta di fallimento, soprattutto nell’insensato confronto e nell’insana competizione con il prossimo. L’eccessiva autostima, al limite dell’idolatria di sé, può sconfinare rapidamente (perché non sostenuta da solide basi) verso l’esatto contrario, in una deprimente disistima e scarsa accettazione personale. Il primo è, inoltre, sempre insicuro sul suo presunto piedistallo: la convinzione di non essere al vertice è sempre in agguato. Nei suoi pensieri vi è il pressante timore che un prossimo sia sempre pronto a scalzarlo; in tal caso, la socialità è prudentemente ridotta al minimo, la difesa scorre attraverso la massima circospezione e il continuo dubbio nei confronti dell’altro. La capacità di saper perdere è, al tempo stesso, la consapevolezza nel riconoscere il merito altrui, di saperlo anche condividere e di gioire per questo. Il continuo riferimento al raggiungimento dell’obiettivo, incentra l’esperienza di vita su un’imperante dicotomia stabilita fra vittoria e sconfitta: o si è nella prima o nella seconda, non vi sono vie di mezzo. La società, spesso, divide fra trionfatori e sopraffatti, secondo i suoi controversi, effimeri e stolti canoni. Dinanzi ai “vincenti” si troverebbero i cosiddetti “perdenti”, quelli che parte della società classifica come tali e che mantiene pervicacemente in questa condizione, instillandone la percezione della colpa, relegando gli individui nell’arrendevolezza e nella frustrazione di essere esclusi e condannati.

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