La “sindrome del personaggio principale” (oggi conosciuta a livello internazionale con la locuzione “main character syndrome”), consiste nel considerare e impostare la propria vita come se si fosse il protagonista di una storia o di un film, curando nei social, con attenzione, i particolari più avvincenti, pur di stupire gli “spettatori”.
Si sviluppa, spesso, nell’imitare le gesta delle serie TV. Il “protagonista” non vive con spontaneità ma condiziona la propria personalità in funzione del personaggio che vuole e che deve apparire, nella sequenza quotidiana, pur di suscitare ammirazione.
La sindrome poggia su una dicotomia esistenziale: il bisogno di trasformarsi, di indossare una maschera e di recitare un ruolo che si desidera nella società o, al contrario, l’esigenza di dimostrare al mondo la propria (presunta) superiorità. Si assiste, comunque, a una spersonalizzazione dell’individuo che non è soddisfatto della propria condizione e si cala nei panni di un altro. Una maggiore capacità di accettare se stessi, di non cedere alle aspettative esagerate imposte dalla società, di saper ottimizzare eventuali critiche e di saper crescere attraverso gli errori, potrebbero riportare la persona al centro della propria esistenza, evitando vani mascheramenti e pericolosi annullamenti della personalità.
Il rischio è di rimanere intrappolati nel ruolo che si intende svolgere nella narrazione e, al di là del giudizio altrui, positivo o negativo, di essere incapaci di uscire da tale prigionia.
A cavallo tra scarsa autostima, narcisismo ed egoismo, riflette l’esigenza del voler condurre una vita virtuale, perfetta e di successo, annullando la propria (quella reale).
Del resto, a causa delle dinamiche dei social, in cui alcuni scandiscono con fotografie e video quasi ogni momento della propria giornata, risulta inevitabile una forzatura di questa tendenza, sino a una narrazione continua, in un lungometraggio enorme.
Si sviluppa, così, una sorta di teatro, dove gli spettatori giudicano e mostrano di gradire o non gradire l’attore improvvisato.
La pubblicazione virtuale di momenti esclusivamente felici, per favorire un’immagine positiva e vincente, implica già un abbozzo di sceneggiatura, di una scelta espositiva desiderabile e non reale.
La brama del voler esser ammirati e invidiati conduce a un’autoesaltazione dell’“attore”, che considera rilevante solo se stesso e sminuisce la vita degli altri.
Il prossimo ha, nella testa del protagonista, un ruolo strumentale, di mero spettatore che deve contemplare e invidiare.
Papa Francesco, durante l’Angelus del 13 febbraio 2022, affermò “Il discepolo ha imparato a vivere nella gratuità. Questa povertà è anche un atteggiamento verso il senso della vita, perché il discepolo di Gesù non pensa di possederlo, di sapere già tutto, ma sa di dover imparare ogni giorno. E questa è una povertà: la coscienza di dovere imparare ogni giorno. Il discepolo di Gesù, poiché ha questo atteggiamento, è una persona umile, aperta, aliena dai pregiudizi e dalle rigidità. […] Chi è troppo attaccato alle proprie idee, alle proprie sicurezze, difficilmente segue davvero Gesù. Lo segue un po’, soltanto nelle cose in cui ‘io sono d’accordo con Lui e Lui è d’accordo con me’, ma poi, per il resto, non va. E questo non è un discepolo. E così cade nella tristezza. Diventa triste perché i conti non gli tornano, perché la realtà sfugge ai suoi schemi mentali e si trova insoddisfatto. Il discepolo, invece, sa mettersi in discussione, sa cercare Dio umilmente ogni giorno, e questo gli permette di addentrarsi nella realtà, cogliendone la ricchezza e la complessità. […] Il Signore, liberandoci dalla schiavitù dell’egocentrismo, scardina le nostre chiusure, scioglie la nostra durezza, e ci dischiude la felicità vera, che spesso si trova dove noi non pensiamo. È Lui a guidare la nostra vita, non noi, con i nostri preconcetti o con le nostre esigenze”.
Joe Nucci, psicoterapeuta, è l’autore del volume “Psicoballe” (sottotitolo “Una guida sui falsi miti psicologici ai tempi del social”), pubblicato da “Newton Compton Editori” nello scorso mese di gennaio. Parte dell’estratto recita “I ciarlatani sono di tendenza sui social media. […] Autodiagnosi infondate, etichette appiccicate a chiunque senza alcuna prova, video virali che suggeriscono che se ci si distrae facilmente si ha l’ADHD, che l’ex ragazzo prepotente non può che essere ‘narcisista’ e quello che invece ti riempie di attenzioni sta facendo ‘love bombing’: da tempo sui social media si è scatenata un’epidemia di disinformazione sui temi psicologici. Troppe persone vengono incoraggiate a prendere decisioni affrettate e controproducenti dietro il pretesto della ‘cura di sé’”.
Occorre riflettere sulle dimensioni del fenomeno web e della sua presenza così invasiva. Wearesocial, agenzia specializzata nel marketing sui social media e con gli influencer, ha pubblicato gli ultimi dati e aggiornamenti nel “Rapporto di sintesi globale sul digitale 2026”, visibile al link https://wearesocial.com/uk/blog/2025/10/digital-2026-global-overview-report/ Fra i diversi numeri, si legge “Secondo le ultime ricerche di GSMA Intelligence, a ottobre 2025 si contavano 5,78 miliardi di utenti unici di telefonia mobile in tutto il mondo, pari al 70,1% della popolazione globale. Il numero di abbonati unici a livello mondiale è aumentato di 108 milioni negli ultimi 12 mesi, registrando una crescita annua dell’1,9%. Per avere un quadro più completo, i dati di Ericsson mostrano che gli smartphone rappresentano ormai circa l’86,9% dei telefoni cellulari in uso e l’83,7% del totale delle connessioni mobili cellulari. Secondo un’analisi di Kepios, il numero totale di persone che utilizzano internet ha raggiunto i 6,04 miliardi all’inizio di ottobre 2025, con un tasso di penetrazione globale pari al 73,2%. Il numero di utenti internet registrati è aumentato di 294 milioni (+5,1%) nell’ultimo anno […] Nonostante questi impressionanti dati di crescita, al momento della pubblicazione del rapporto, 2,2 miliardi di persone in tutto il mondo risultavano ancora offline. […] Il numero totale di identità degli utenti è aumentato del 4,8% nei 12 mesi fino a ottobre 2025, grazie all’aggiunta di 259 milioni di nuove identità [ si noti che per ‘identità degli utenti’ non si intendono necessariamente singoli individui ]”.
La società contemporanea misura la persona attraverso gli estremi del successo o dell’insuccesso: o si vince o si fallisce. Nello scarso collante sociale, dunque, l’individuo sembra essere costretto a scelte forzate e non veritiere pur di tentare la sorte e di ottenere il riscatto innanzitutto virtuale, prodromo di quello reale. Recita una parte, in un film da lui sceneggiato, come unico regista e attore, sperando nell’approvazione sociale degli spettatori.
Il consenso sociale non si ottiene attraverso messinscene di vario tipo bensì per mezzo di autentiche scelte di vita, in cui si è coscienti di essere persone normali, come cellule insostituibili di una sana comunità reale e non immaginaria.
L’ostentazione è l’essenza di questa “necessità” di apparire e mostrare le proprie illimitate capacità, in grado di costruire felicità e successo, sino a voler rappresentare un modello (inarrivabile) per gli altri, scatenando la loro invidia.
Un tempo, questo protagonismo era più arduo dall’essere propagandato e seguito; ora, invece, con il web, i social e la messaggistica, è divenuto molto più semplice, in grado di creare (anche in breve tempo) platee virtuali affollate.
Ognuno attraversa una storia personale che si incanala lungo il tempo e si costruisce attraverso le integrazioni sociali, le esperienze, gli insuccessi e la capacità di raggiungere gli obiettivi. Diversa è la vanagloria di voler trasmettere al mondo la propria storia, giudicandola necessariamente esemplare, ponendosi in una posizione di automatica superiorità rispetto agli altri e considerando, con indifferenza, le vite altrui.
Tale spiccata presunzione è la base di un delirio di onnipotenza e di superiorità in cui il protagonista si considera superiore agli altri: così megalomane al punto da rappresentarsi come una semidivinità, in grado di dominare eventi e persone e di decidere, da solo, la sua vita.
In questi casi, utilizzando la metafora del film, il finale riserva sempre una brutta sorpresa e una profonda delusione per il narcisista.
Focalizzando l’attenzione su se stesso, si tende, generalmente, a dimenticare l’esistenza degli altri, mostrando un atteggiamento decisamente individualista ed egocentrico.
Una comunità non può definirsi tale se poggiante su integrazioni squilibrate, priva di sane relazioni sociali.
Il contenuto divisivo che sostiene questa sindrome rappresenta, dunque, l’impossibilità di creare una corretta comunità fraterna, di uguali e umili, non interessati a mostrarsi testimoni del successo e della prevaricazione bensì un collante sociale dedito alla crescita e allo sviluppo di tutti. Non di uno solo.

