Sicurezza sul lavoro, Colombini: “Serve un cambio di passo”

Le necessità di tutela della sicurezza dei lavoratori spiegate a Interris.it da Angelo Colombini, già segretario confederale della Cisl, Vicepresidente EBNA e FSBA e membro del CIV di Inail

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Lavoro (@ Frauke Riether da Pixabay)

Nel primo semestre di quest’anno, i dati relativi agli infortuni mortali sul lavoro in Italia evidenziano una tendenza allarmante, con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente. Di fronte a questa realtà, diventa urgente interrogarsi sulle cause profonde e sulle strategie da attuare per garantire ambienti di lavoro più sicuri. Interris.it ha intervistato Angelo Colombini, già segretario confederale della Cisl, Vicepresidente EBNA e FSBA e membro del CIV di Inail.

Angelo Colombini, Vicepresidente EBNA e FSBA e Consigliere Civ Inail (© Angelo Colombini)

L’intervista

Colombini, cosa ci dicono gli ultimi dati relativi alla mortalità e agli incidenti sul lavoro?

“Nel primo semestre del 2025, i dati sugli infortuni mortali sul lavoro in Italia restituiscono un quadro preoccupante: 502 persone hanno perso la vita, di cui 362 durante l’attività lavorativa e 140 in itinere, ossia durante gli spostamenti da casa al luogo di lavoro o viceversa. Rispetto allo stesso periodo del 2024, si registra un aumento complessivo del 7%, lo scorso anno i decessi erano stati 469. Mentre si osserva un leggero calo degli incidenti mortali sul posto di lavoro (da 364 a 362, -0,5%), è netto, invece, l’aumento degli incidenti in itinere, cresciuti del 33% (da 105 a 140). Questi numeri, oltre a raccontare tragedie personali e familiari, chiamano in causa l’intero sistema lavorativo e istituzionale. Non possiamo accettare che la morte sul lavoro diventi una statistica ordinaria. Serve un cambio di passo, a partire da una presa di coscienza collettiva”.

Quali sono le strategie necessarie per rendere più sicuri i luoghi di lavoro e ridurre il tasso di mortalità?

“Le strategie da introdurre sono diverse e urgenti. Lo ha ricordato con forza, nei giorni scorsi, anche il Presidente della Repubblica, in occasione del 60° anniversario della tragedia della diga del Mattmark in Svizzera, che causò la morte di 88 lavoratori, di cui 56 italiani. Le sue parole – ‘la dignità umana passa attraverso la tutela dei lavoratori e della sicurezza nei luoghi di lavoro, troppo spesso trascurati da logiche di mero profitto’ – devono rappresentare una guida morale per ogni scelta politica, economica e aziendale. La sicurezza non può essere sacrificata in nome dell’efficienza o dei risparmi di bilanci. Al contrario, deve diventare la base su cui costruire un ambiente lavorativo giusto e umano. Per ridurre realmente il numero degli infortuni e delle morti sul lavoro, non bastano le sanzioni o i controlli, pur necessari. Occorre agire in profondità, promuovendo una cultura della sicurezza che parta dalle persone e arrivi a permeare ogni livello dell’organizzazione lavorativa. La concretizzazione della formazione per tutti i datori di lavoro e per i lavoratori (compresi gli stranieri), un’adeguata organizzazione del lavoro che metta in relazione competenze e salute, rappresenterebbero un passo determinante per un cambiamento radicale nel sistema di prevenzione. Così come è necessario intensificare una campagna straordinaria sulla sicurezza, anche in ambito scolastico, per trasferire le adeguate conoscenze di base sulla prevenzione ai futuri lavoratori, partendo dai percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO) e nelle esperienze degli stage per tutelare gli allievi e le allieve coinvolte”.

Foto di Anna Shvets: https://www.pexels.com/it-it/foto/mani-donna-laptop-lavorando-12663328/

Quali sono i punti deboli del mondo del lavoro? Come si dovrebbe agire per migliorare?

“Sono le modalità, i tempi e i ritmi di lavoro che rappresentano il reale punto debole, il tutto riconducibile ad una organizzazione del lavoro che spesso non è attenta alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Per svolgere più velocemente le lavorazioni purtroppo si sceglie di disattivare le protezioni di sicurezza, di non mettere l’imbragatura quando si opera sulle impalcature, oppure di non indossare i dispositivi di protezione individuale, saltando così alcune fasi delle procedure di lavorazione che garantirebbero la protezione necessaria. Alla fretta va contrapposta una coscienza che non può esimersi dall’aiutare la persona a lavorare con più responsabilità e con più attenzione, unendo la produzione alla sicurezza e alla salute”.

Guardiamo al futuro: cosa occorrerebbe, dal punto di vista formativo, per diffondere una cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro?

“Innanzitutto, oltre alla formazione, bisogna pretendere che nelle aziende ci siano investimenti nelle nuove tecnologie, che possono non soltanto ridurre la gravosità e la pesantezza del lavoro, ma anche garantire sempre di più il modo di lavorare. Naturalmente la tecnologia deve essere utilizzata senza disattivare i sistemi di sicurezza come purtroppo è successo. Occorre ricordare che, diffondere la cultura della prevenzione non è un processo immediato, richiede tempo, costanza e una visione condivisa e capace di porre la persona al centro. Così come investire nella sicurezza e nella salute dei lavoratori non è un costo e un insieme di regole da rispettare per obbligo, ma un valore da interiorizzare, perché tutela la vita, la salute e la dignità di chi lavora. Infine, investire per garantire ambienti sicuri significa rafforzare il bene comune. Un sistema produttivo che protegge gli oltre 24 milioni di occupati del nostro paese e le loro competenze è anche un sistema più solido, giusto e sostenibile. È lì che si misura il vero progresso di una società da cui, nessuno di noi, può abdicare”.

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