Le donne medico hanno già conquistato il cuore della sanità italiana — rappresentando oltre il 60% dei camici bianchi sotto i 50 anni — ma la scalata verso i ruoli apicali resta ancora un percorso a ostacoli. Concetta Laurentaci, Presidente nazionale Associazione Italiana Donne Medico traccia a Interris.it un bilancio tra i successi professionali e le barriere strutturali che ancora gravano sulle professioniste. Dal superamento dei pregiudizi nelle discipline chirurgiche alla necessità di un welfare aziendale moderno — tra nidi aziendali, part-time e medicina di genere — la Presidente dell’AIDM illustra l’impegno dell’Associazione nel sostenere le giovani colleghe. Una sfida che non riguarda solo la carriera, ma la conciliazione con il “lavoro di cura” familiare, in un sistema che deve imparare a valorizzare l’altissima qualità dei propri profili femminili per non disperderne il talento e la vocazione.
L’Intervista
Dottoressa Laurentaci, partiamo da una fotografia dell’attuale stato dell’arte: qual è oggi il ruolo delle donne nel sistema sanitario italiano e quali sono le prospettive per il futuro?
“Oggi le donne in sanità sono numerosissime e presentano profili professionali di elevatissima qualità. Probabilmente dovrebbero essere “utilizzate” meglio, nel senso di avere finalmente accesso a quei ruoli apicali che, purtroppo, restano ancora troppo spesso appannaggio del sesso maschile. Però, come dico sempre scherzosamente ai colleghi uomini: vi prenderemo per sfinimento. Sotto i 50 anni, le donne medico sono già oltre il 60% e si stanno affermando con forza anche nelle discipline chirurgiche, dove prima lo squilibrio era netto. Il gap si sta colmando, è solo questione di tempo”
I numeri crescono, ma le difficoltà restano. Come emerso dal convegno, le donne medico non smettono mai di lavorare: sono professioniste, ma anche mogli, madri e spesso “caregiver” per i genitori anziani. Come le supporta l’Associazione?
“Siamo molto orgogliosi di un progetto formativo di eccellenza: un Master di secondo livello in Medicina Genere-Specifica in collaborazione con l’Università di Parma. Ogni anno mettiamo a disposizione borse di studio per giovani colleghe. È un aiuto concreto perché il Master si tiene da remoto, permettendo alle professioniste di formarsi ad altissimo livello senza allontanarsi dal domicilio, conciliando così studio e famiglia”.
L’AIDM è molto presente anche sul territorio. In che modo dialogate con le istituzioni locali?
“Abbiamo 69 sezioni in tutta Italia che mantengono rapporti intensi con Comuni e Regioni. Questa capillarità ci permette di supportare le istituzioni durante gli “Open Day” e le giornate dedicate a patologie specifiche. Ad esempio, il 22 aprile, per la Giornata mondiale della salute della donna, la nostra rete di professionisti si mette a disposizione gratuitamente per offrire prevenzione diretta alla popolazione”
Passiamo alle giovani ricercatrici e alle specializzande: come evitare che si perdano nei meandri della burocrazia o che debbano rinunciare alla vocazione per formare una famiglia?
“Molte di noi sono inserite nei CUG aziendali (Comitati Unici di Garanzia), che lavorano proprio per tutelare la professione e contrastare le discriminazioni. All’interno di questi organismi proponiamo misure pratiche: la creazione di asili nido aziendali, che in Italia purtroppo faticano ancora a decollare, e forme di part-time flessibile. È un tema che riguarda tutti, perché oggi anche gli uomini desiderano essere più presenti in famiglia”.
In conclusione, quali sono le leve economiche e sociali su cui agire per sostenere la carriera delle donne medico?
“È fondamentale favorire l’accesso a forme di sostegno economico aziendale, come assegni per supportare le giovani coppie. In Italia il lavoro di cura a 360 gradi grava ancora prevalentemente sulle spalle delle donne: aiutarle concretamente nei compiti di cura significa permettere loro di non rinunciare alla crescita professionale e ai ruoli di guida che meritano”.

