La crisi climatica, con i suoi effetti, accelera anche in alta quota e per non farsi trovare impreparati occorrono monitoraggi rigorosi e multisettoriali per avere sotto controllo il territorio. Lo dice a Interris.it l’esperta Vanda Bonardo, da poco tornata dalla sesta edizione della Carovana dei ghiacciai, la campagna itinerante di Legambiente, Fondazione glaciologica italiana e Cipra Italia, raccontando come le Alpi siano la cartina di tornasole di quanto sta accadendo. La riduzione dei ghiacciai alpini significa meno d’acqua a disposizione dell’ecosistema e per le attività umane a valle, oltre che maggior instabilità delle montagne. Ulteriore segnale d’allarme è il degrado del permafrost, il terreno perennemente ghiacciato. Secondo le previsioni, in Germania potrebbe scomparire completamente nell’arco di mezzo secolo.

Lo stato di salute dei ghiacciai
La spedizione tra il 17 agosto e il 2 settembre ha attraversato l’arco alpino aggiungendo una tappa finora mancante, la Germania. Il bollettino dello stato di salute della Carovana riporta arretramento frontale e riduzione sia di area che di spessore dei ghiacciai: in sessant’anni si è persa un’area glaciale di 170 chilometri quadrati. Gli otto osservati stavolta sono stati il più grande delle Alpi italiane, quello dell’Adamello in Lombardia e il suo corregionale Ventina, non più misurabile, il Solda in Alto Adige, arretrato di 26 metri e annerito dai detriti, i piemontesi del Bessanese – che tra il 2010 e il 2023 si abbassato di un metro all’anno – e della Ciamarella, sulle Alpi Graie. All’estero il “re delle Alpi”, l’Aletsch, in Svizzera, e i ghiacciai tedeschi della Zugspitze, Schneeferner e Höllentalferner. “Si è perso il corrispettivo dell’acqua del lago di Como”, osserva Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente della sezione italiana della Commissione internazionale per la protezione delle alpi (Cipra), “una risorsa importante per fiumi come il Po ma anche per i prati e le coltivazioni delle valli circostanti, dato che a causa dell’estremizzazione del clima ce ne sarà sempre meno”.

Instabilità e rischi
Un’alternativa alle sorgenti secche può essere l’acqua del permafrost, previa necessaria depurazione vista la presenza di metalli pesanti dovuti al contatto del ghiaccio con la roccia. Ma non c’è molto di cui essere contenti, perché questo strato di terreno funge da collante e se si assottiglia la montagna diventa instabile, con maggior rischi di crolli e frane. “In un ambiente così, le morene, tumuli di materiali incoerenti, si allentano e in caso di maltempo possono collassare, com’è successo lo scorso anno in Valpelline, in Val d’Aosta”, evidenzia Bonardo, “già oggi gli esperti non possono più fare misurazioni frontali sul Ventina perché la situazione è pericolosa”.

Monitoraggio e prevenzione
A fine maggio nel cantone Vallese, in Svizzera, si è sfiorata la tragedia, evitata grazie a un monitoraggio decennale attento e costante. Un pezzo di montagna si è frantumato causando un distacco del ghiacciaio di Birch, milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio sono piombati a fondovalle e trascinati dall’impeto sono risaliti per alcune centinaia di metri sul versante opposto. Il villaggio di Blatten è stato sepolto ma nessuno dei trecento abitanti è rimasto coinvolto nell’incidente: erano già stati tutti evacuati. La prevenzione resta la migliore risposta al rischio. “I tecnici hanno salvato vite grazie a studi articolati e di altissimo livello”, commenta la responsabile Alpi di Legambiente. Viene allora spontaneo chiedere se anche da noi la soglia dell’attenzione è così alta. “Ci sono esempi positivi come il laboratorio sul bacino glaciale del Bassanese, dove Cnr, Irpi e Arpa Piemonte conducono ricerche sul ghiaccio, sulle precipitazioni e sulla qualità dell’aria, e la Fondazione montagna sicura, a Courmayer, in Valle d’Aosta, oltre al lavoro di tante agenzie regionali per la protezione ambientale”, elenca Bonardo. “Serve investire sempre di più per avere un controllo completo del territorio, capire le reazioni di fronte di eventi estremi e attrezzarci per ridurre il rischio”, afferma.

Ambiente bene comune
Nel corso della spedizione la Carovana si è imbattuta nell’immondizia abbandonata in quota, tanto da organizzare una giornata di raccolta rifiuti. “Facciamo molta narrazione sui nostri canali social per sensibilizzare chi non conosce la montagna o chi la frequenta in modo sbagliato. Ci vuole preparazione per stare in questo ecosistema seriamente”, puntualizza l’esperta. Il messaggio è che l’ambiente è un bene comune. Su questo, prima dei saluti, una riflessione in vista della Cop30 che si terrà in Brasile a novembre. “Se si arrivasse a questa consapevolezza si potrebbero attivare le politiche di mitigazione e adattamento agli effetti del cambiamento climatico” – conclude Bonardo – “la scienza offre gli strumenti, ora tocca ai decisori politici. Ma le speranze si stanno riducendo”.

