Residui chimici negli alimenti e politiche UE: la sfida dell’agroecologia

I dati di Legambiente ci dicono che il 75% della frutta e il 40% della verdura presentano residui di pesticidi, nella maggior parte dei casi al di sotto dei limiti di legge. L'associazione ambientalista chiede all'Europa di porre freno alla chimica di sintesi in agricoltura e sostenere l'agroecologia

Foto di Megan Thomas su Unsplash

La sostenibilità agricola rappresenta oggi una sfida cruciale per la tutela della salute, dell’ambiente e del futuro del sistema agroalimentare europeo. Ridurre l’uso della chimica di sintesi, salvaguardare la biodiversità e garantire un reddito equo agli agricoltori sono obiettivi sempre più urgenti. In questo contesto si inserisce il dibattito sui pesticidi e sulle politiche comunitarie. Interris.it ha parlato di questi temi con Angelo Gentili, responsabile nazionale agricoltura di Legambiente.

L’intervista

Dottor Gentili, cosa ci dicono i dati emersi dal recente report “Stop pesticidi nel piatto”?

“l report di Legambiente Stop pesticidi nel piatto conferma una situazione che non può definirsi drammatica, ma certamente preoccupante. Il 75 per cento della frutta e oltre il 40 per cento della verdura continuano a presentare residui di pesticidi, sotto forma di monoresiduo o pluriresiduo. Nella maggior parte dei casi si tratta di quantità al di sotto dei limiti di legge e solo una percentuale molto ridotta supera le soglie consentite. Tuttavia, ciò che desta maggiore preoccupazione è la presenza contemporanea di 10, 12, 15 o addirittura 20 residui diversi in un singolo alimento, come un peperone, un pomodoro, un chicco d’uva, un mandarino o una mela. Gli effetti additivi e sinergici di queste sostanze determinano una situazione che non è affatto rassicurante, né per la nostra salute né per quella degli ecosistemi. Occorre inoltre ricordare che, quando le colture vengono irrorate con pesticidi, solo il 5-10 per cento della sostanza resta sulla pianta bersaglio, mentre il resto si disperde nell’acqua, nell’aria e nel suolo, con effetti molto gravi sugli insetti impollinatori e sulla biodiversità. È quindi una condizione che deve spingerci a una riflessione collettiva e a una forte riduzione dell’uso dei pesticidi. Un dato positivo riguarda i prodotti da agricoltura biologica, che risultano privi di pesticidi, salvo rari casi dovuti all’effetto deriva, ossia contaminazioni provenienti da campi coltivati con agricoltura convenzionale. La scelta da compiere è chiara: puntare sull’agroecologia, ridurre l’uso della chimica, applicare un’agricoltura integrata di alto livello e favorire con decisione l’agricoltura biologica”.

Sul versante europeo cosa prevede il pacchetto Omnibus e qual è la posizione di Legambiente in merito?

“Insieme a Slow Food e a FederBio abbiamo espresso una netta contrarietà a diversi provvedimenti contenuti nel pacchetto Omnibus. Con il pretesto della semplificazione amministrativa si rischia infatti di introdurre misure che facilitano l’uso dei pesticidi, reintroducono alcune sostanze e, di fatto, aprono la strada a un utilizzo più ampio di molecole di sintesi pericolose in agricoltura. Si tratta di un orientamento molto preoccupante, perché invece di porre un freno si finisce per concedere un via libera alla chimica. Occorrerebbe, al contrario, dare un segnale opposto, rafforzando il Green Deal e promuovendo l’agroecologia anche a livello europeo”.

Quali provvedimenti andrebbero adottati per rendere più sostenibile l’agricoltura europea e quale messaggio desidera lanciare?

“Chiediamo con forza al Parlamento europeo di compiere scelte chiare a favore dell’agroecologia, promuovendo l’agricoltura biologica e riducendo l’uso delle molecole chimiche di sintesi. È fondamentale approvare il quadro normativo SUR, che riguarda l’uso dei pesticidi, le necessarie precauzioni e la loro progressiva riduzione, e avviare un percorso che favorisca un’agricoltura in armonia con gli ecosistemi e con la salute umana. Le proteste degli agricoltori, pur comprensibili, non colgono pienamente il bersaglio. Gli agricoltori fanno bene a manifestare, perché il reddito agricolo è troppo basso e ciò li pone in una condizione di grande difficoltà. Tuttavia, il nemico dell’agricoltore non è il Green Deal, né la riduzione della chimica o la tutela degli ecosistemi. Le vere criticità sono da un lato la compressione dei redditi e dall’altro i cambiamenti climatici, che rendono sempre più complessa la coltivazione. Favorire il Green Deal, sostenere l’agroecologia e ridurre drasticamente l’uso delle molecole di sintesi significa tutelare la salute dei cittadini e, soprattutto, quella del pianeta”.

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