Reliquie della vera Croce: un simbolo eterno della speranza e della redenzione

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Foto di Jon Tyson su Unsplash

Il 14 settembre tutta la Chiesa, celebra con particolare devozione l’Esaltazione della Santa Croce e l’origine di questa festa risale al VII secolo, quando si commemorava la dedicazione della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, fatta costruire dall’imperatore Costantino (306-337) sul luogo del Golgota, dove Gesù era stato crocifisso e sepolto. A S. Elena (248-329) madre di Costantino, si deve la edificazione della basilica romana di S. Croce in Gerusalemme uno dei luoghi più sacri e suggestivi della città, poco distante da San Giovanni in Laterano, questa basilica è celebre non solo per la sua storia millenaria, ma soprattutto perché custodisce alcune delle più importanti reliquie della Passione di Cristo, tra cui frammenti della Vera Croce.

Infatti, secondo la tradizione, Elena intraprese un pellegrinaggio in Terra Santa nel 326 d.C. e, durante il suo viaggio, scoprì il luogo della crocifissione di Gesù e ritrovò la Vera Croce insieme ad altre reliquie della Passione. Le prime fonti che ci raccontano di questo evento risalgono a circa due decenni dopo il presunto ritrovamento. Tra queste, ci sono le catechesi di San Cirillo di Gerusalemme (313-386) che menzionano la presenza a Gerusalemme di frammenti della Croce.

Anche Sant’Ambrogio (339-397) e altri autori del IV secolo riportano la storia, attribuendo a Elena il ruolo di “archeologa” per la fede. La leggenda si consolida e si arricchisce nei secoli successivi, trovando la sua forma più celebre nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine (1230-1298). Al ritorno a Roma, S. Elena, fece edificare una cappella nel palazzo imperiale del Sessoriano, oggi parte integrante della basilica, per custodire queste preziose reliquie. In origine, il pavimento dell’edificio era ricoperto di terra portata da Gerusalemme, da cui deriva il nome “in Gerusalemme”: la basilica era considerata un’estensione spirituale della Città Santa, nel cuore dell’Impero romano.

Infatti, vicino al “Palatium Sessorianum”, che fu certamente una proprietà imperiale e da cui la vicina porta, ora chiamata Maggiore, fu detta “Sessoriana”, venne innalzata una basilica dedicata alla croce, ma la denominazione di “Santa Croce” fu aggiunta più tardi, poiché nel IV secolo essa era chiamata “Sancta Hierusalem”, splendido appellativo che rammentava ai cristiani la città santa per eccellenza.

Le importanti reliquie, custodite in teche di cristallo, inizialmente vennero custodite nella Cappella di S. Elena, ma nel XVI secolo furono trasferite altrove e poi collocate definitivamente nella Cappella delle Reliquie dal 1931.

Una curiosità. Per un lungo periodo storico fu vietato alle donne l’ingresso nella Cappella di S.Elena, questo divieto risaliva al Medioevo era legato a una concezione della santità del luogo. La Cappella di Sant’Elena era considerata un’area di tale sacralità, anche perché si credeva che il pavimento fosse cosparso di terra prelevata dal Monte Calvario, che veniva ritenuta “troppo santa” per la presenza femminile.

Il prezioso e artistico reliquiario fu eseguito su disegno di Giuseppe Valadier (1762-1839), è composto da una croce di argento dorato.

Nella parte superiore è scritto in oro: “Humiliavit semetipsum factus oboediens usque ad mortem, mortem autem Crucis”. (Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di Croce). In basso sono collocati “Tre frammenti della Vera Croce”, su cui, secondo la tradizione cristiana, Gesù fu crocifisso, essi sono circondati da eleganti ornamenti d’oro. Ci sono poi in questa cappella: un chiodo della crocifissione, identificato come uno di quelli utilizzati per fissare il corpo di Cristo alla croce, esso è capoverso è lungo circa dodici centimetri, e si presenta quasi come fosse un ostensorio.

Il reliquiario delle due “Spine della Corona” ha la forma di un calice, mentre il “Titulus crucis” , ovvero la tavoletta in legno con l’iscrizione “Gesù Nazareno, Re dei Giudei” (INRI), che secondo la tradizione fu posta sopra la croce, ha per base un gradino con sei zampe di leone, al cui centro si eleva un cilindro su cui da un lato è effigiato il pellicano e nell’altro lo stemma del cardinale Placido Zurla (1769-1834).

Sopra al cilindro è una teca a forma rettangolare in cui è conservata la tavoletta con la scritta latina e greca e gli avanzi di quella ebraica. E’ presente anche un frammento della croce del buon ladrone, ovvero uno dei due crocifissi accanto a Gesù. I nomi dei due ladroni ci sono giunti attraverso i “Vangeli apocrifi” e altre tradizioni successive. Pertanto la conoscenza dei loro nomi non deriva dai testi riconosciuti come Sacre Scritture dalla Chiesa, ma da tradizioni e testi successivi che hanno arricchito la narrazione evangelica con dettagli non presenti nei Vangeli canonici.

Disma e Gesta (o Gestas): questi sono i nomi più diffusi. Disma è il nome del “buon ladrone” (quello che si pente), mentre Gesta è l’altro. Questi nomi compaiono nel Vangelo di Nicodemo (o Atti di Pilato).  Inoltre secondo il Vangelo arabo dell’infanzia, i due ladroni sono chiamati Tito e Dimaco. In questo racconto, si narra addirittura che Tito (ovvero Disma) avesse in precedenza protetto Maria e Giuseppe durante la loro fuga in Egitto. Questo testo è forse una rielaborazione e una fusione di scritti apocrifi precedenti, in particolare il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo dell’infanzia di Tommaso. In questo senso, non è un’opera originale, ma un’antologia di storie e leggende già in circolazione. Sebbene il testo sia pervenuto in arabo, si ritiene che l’originale sia stato in siriaco e sia stato composto tra il VI e il IX secolo. La versione araba più antica risale all’XI secolo.

La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme è uno dei sette luoghi sacri del pellegrinaggio romano tradizionale, stabilito da San Filippo Neri nel XVI secolo. Ancora oggi, essa rappresenta una tappa fondamentale per i fedeli e pellegrini che cercano di approfondire il mistero della Passione di Cristo e vivere un’esperienza di fede intensa e diretta.

Entrare in questo luogo, non significa soltanto entrare in un luogo di grande valore storico e artistico, ma soprattutto compiere un viaggio spirituale nel cuore della fede cristiana. Le reliquie conservate al suo interno sono un legame vero con la Passione di Cristo e un simbolo eterno della speranza e della redenzione.

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