Gli alunni della Scuola Cattolica di Parma hanno preparato e fatto delle domande al professore Vincenzo Musacchio, criminologo e docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark. Dall’intervista emerge l’interesse delle giovani generazioni per i grandi personaggi di cui la storia dell’Italia è ricca, come il Beato Rosario Livatino e il giudice Giovanni Falcone. Il criminologo Vincenzo Musacchio: “La sua figura mi colpì per il coraggio, l’integrità e l’impegno nella lotta contro la criminalità organizzata, accompagnati da un profondo senso di umanità e di fede cristiana, qualità che lo rendevano un autentico magistrato”.
L’intervista
Professor Musacchio, cosa ricorda della figura di Rosario Livatino?
“Il primo flashback che mi torna in mente è il momento in cui l’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo definì con l’espressione ‘giudice ragazzino’, quasi a voler lasciare intendere che non fosse adeguato al compito di contrastare la criminalità organizzata. La realtà, tuttavia, dimostrò il contrario: Rosario Livatino seppe incarnare con i fatti, in vita come in morte, l’immagine di un magistrato temuto dalla mafia. Egli si caratterizzò per una coerenza esemplare nel suo ruolo istituzionale, una profonda fede religiosa e un senso del dovere straordinariamente elevato. Personalmente, l’ho sempre considerato un “religioso credibile”, un uomo profondamente animato dall’ideale di giustizia e attento alle necessità dei più deboli. Mi era sinceramente caro, per cui auspico che la sua figura possa rappresentare un modello ispiratore per molti giovani”.
Rosario Livatino, ucciso dalla mafia, è diventato il primo magistrato a essere beatificato. Che significato ha, secondo lei, questa canonizzazione?
“Questo riconoscimento, conferito dalla Chiesa, assume un significato profondo: non si limita a celebrare la giustizia all’interno dell’ambiente giudiziario, ma la estende alle relazioni umane e alla cultura cattolica, promuovendo valori di equità e verità in ogni dimensione della società. L’atto criminale della mafia che ha portato alla sua morte non ha rappresentato una vittoria per essa poiché ha reso Livatino un simbolo morale e civile per le generazioni presenti e future. Mi auguro che molti giovani possano emulare il suo operato e che il seme della giustizia e della verità da lui piantato possa continuare a germogliare dando i suoi frutti tra i giovani a lui sempre molto cari”.
Giovanni Falcone affermava che la mafia, come ogni fenomeno umano, ha avuto un principio e avrà altresì una conclusione. Secondo lei aveva ragione?
“Questa frase, a mio avviso, riflette una grande verità. Essendo la mafia una realizzazione umana, essa può essere demolita attraverso decisioni e azioni consapevoli: educando la cittadinanza, affermando la giustizia, promuovendo una memoria storica viva, stimolando la partecipazione civica e coltivando il coraggio collettivo. Un ruolo fondamentale in questa battaglia è svolto dalla consapevolezza che nasce già tra i banchi di scuola. Oggi sono qui per ascoltare le vostre riflessioni e le vostre domande, impegnare il mio tempo affinché insieme possiamo costruire principi e valori che rimangano indelebili soprattutto nei vostri cuori”.
Antonino Caponnetto sottolineava che la mafia temesse più la scuola rispetto alla giustizia, lei è d’accordo?
“Sono pienamente d’accordo. In diverse occasioni ho avuto modo di sentirlo ripetere questa convinzione: la repressione non è sufficiente per eradicare la mafia, serve, invece, una trasformazione culturale che favorisca lo sviluppo di menti libere e critiche. La giustizia ha il compito di punire, ma la scuola educa alla prevenzione evitando di cadere nel reato, formando coscienze capaci di opporsi alla mafiosità, all’omertà, e ai valori devianti che esaltano il potere e il denaro facile. Livatino era fermamente convinto che i giovani, una volta educati a pensare in autonomia, rispettare la legge e la dignità umana, avrebbero sottratto alla mafia ciò che la alimenta: ignoranza, paura e indifferenza”.
Lei parla spesso di nuove mafie, cosa sono e come pensa che le avrebbe combattute Rosario Livatino se fosse stato ancora in vita?
“Sono organizzazioni criminali che rappresentano un’evoluzione delle mafie tradizionali, adattandosi alle trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche degli ultimi decenni. Combattere queste mafie richiede uno sforzo congiunto dello Stato e della società civile per aggiornare gli strumenti antimafia tradizionali, adeguandoli al loro carattere ormai globale, tecnologico e sempre più invisibile. La lotta non deve essere più percepita come una guerra convenzionale, ma come una sfida che coinvolga intelligenza, cultura e trasparenza economica. Se Rosario Livatino fosse oggi in vita, avrebbe affrontato queste realtà criminali con lo stesso rigore ed equilibrio che ha dimostrato nel corso della sua carriera di magistrato. La sua azione si sarebbe orientata verso un’osservanza scrupolosa della legge, combattendo il potere economico delle mafie con integrità e imparzialità. Livatino incarnava un modello di giustizia esente da protagonismi personali e fondato su una fede profonda nella legalità come forma elevata di carità civile. Rimane incisivo uno dei suoi pensieri: “Quando moriremo, nessuno ci chiederà quanto siamo stati credenti, ma credibili.” Con tale approccio etico avrebbe continuato a contrastare anche le nuove mafie nei loro aspetti più raffinati e lo avrebbe fatto con competenza giuridica e fedeltà ai principi di verità e giustizia”.
In conclusione, secondo lei, qual è l’eredità spirituale che ci lascia Rosario Livatino?
“La dedizione al proprio dovere testimoniata fino alla morte. L’ultima espressione uscita dalla sua bocca davanti ai suoi assassini, prima del colpo di grazia fu: «Che male vi ho fatto?». È un perdono. Quale male può esistere in una vita dedicata alla giustizia? Con le sue parole testimonia la sua dignità, la sua libertà e tutti i principi che hanno contraddistinto la sua vita. L’amore per la giustizia è la minaccia che più temono i mafiosi. Livatino, con la sua frase, vive e dimostra che la mafia e la mafiosità, un altro modo d’essere, pensare e agire esistono e possono cambiare lo stato delle cose, in Sicilia così come in ogni altro luogo del mondo”.
Chi è Vincenzo Musacchio
Giurista, criminologo, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark. È noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato in diverse università italiane e presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto “Legalità Bene Comune” nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale “don Giuseppe Diana” dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.

