Il professore Giuliano Giorgio Cerulli è un chirurgo ortopedico di fama internazionale, il cui esercizio della professione è contraddistinto da prestigiosi ruoli accademici, ricerche scientifiche all’avanguardia, progetti pioneristici accomunati dall’orgoglio dell’appartenenza e dall’efficienza etica. Ma il professore non è solo un luminare della traumatologia sportiva e della chirurgia protesica, è, in primis, un uomo straordinario che con il suo facere ci rammenta il senso delle nostre vite: lasciare un ricordo che sfida il tempo.

La Nicola’s Foundation Onlus
L’esempio più concreto di ciò è la Nicola’s Foundation Onlus costituita ufficialmente il 21 novembre 2006, in memoria di Nicola Cerulli, con il precipuo obiettivo di costruire le basi etiche della formazione scientifica, della ricerca e della cura. La tecnologia al servizio dell’uomo connota l’approccio human-centric nella visione del prof. Cerulli: approccio umanizzante e olistico; importanza della semeiotica clinica rispetto alla mera tecnologia e al dato puramente strumentale, anche in un’ottica di abbattimento dei costi sanitari. Impostazione diagnostica che pone al centro l’anamnesi e l’esame clinico per valutare il paziente nel suo complesso.
L’intervista
Come nasce l’idea della Nicola’s Foundation Onlus?
“L’intento fu quello di creare un’istituzione in memoria di mio figlio Nicola, scomparso all’età di 4 anni a causa di un tumore cerebrale. Nasce per un sogno, una speranza ed è diventata una certezza, anche grazie a S.E. Monsignor Sergio Pintor (all’epoca Direttore della Pastorale della Salute della Conferenza Episcopale Italiana). La Fondazione diffonde la cultura scientifica, sviluppa progetti di ricerca di rilevante contenuto scientifico in grado di attrarre studiosi da tutto il mondo, contribuisce al progresso scientifico nel campo biomedico e sostiene la formazione medico‑scientifica, con particolare attenzione all’ortopedia, alla biomeccanica, alla genetica, all’ingegneria tissutale, alla bioingegneria”.
Quale è la mission?
“L’obiettivo è quello di porsi a beneficio dell’umanità attraverso la formazione dei giovani e il finanziamento di ricerche di qualità che conducano al miglioramento della gestione clinica delle lesioni e delle malattie dell’apparato muscoloscheletrico, basata su solide evidenze scientifiche. I filoni sono tre: traumatologia sportiva e chirurgia protesica; ricerca biotecnologica e studio delle attività motorie-sportive; didattica”.

Come nasce l’intuizione di ideare e realizzare il primo Cadaver Lab permanente in Italia, dapprima ad Arezzo e poi anche a Verona?
“L’idea nasce sul modello americano degli anni 80 di creare un istituto open per la chirurgia sperimentale e anatomica, dove studenti e medici in formazione possano conoscere l’anatomia umana e quella chirurgica così come i più grandi specialisti a livello internazionale possono esercitarsi su preparati anatomici, sperimentare nuove tecniche chirurgiche in un ambiente sicuro, utilizzare strumentazioni d’avanguardia e simulatori di movimento, senza doversi recare all’estero”.
Lei è stato uno dei primi in Italia a eseguire protesi di ginocchio con chirurgia robotica. Come deve essere considerato il robot?
“Applicando l’etica di Max Weber, il robot rappresenta la massima razionalità formale (tecnica perfetta) ma deve essere subordinata alla razionalità materiale del medico (l’obiettivo etico di salute del paziente). L’eccellenza tecnologica (chirurgia robotica e rigenerativa) deve essere affiancata a un profondo senso umano che evita interventi non necessari (la cosiddetta tailored surgery), mettendo al primo posto il benessere globale dell’individuo”.
Quanto un approccio umanocentrico incide su un percorso mirato ed essenziale per il paziente nell’ambito della traumatologia e della chirurgia protesica?
“La scelta terapeutica deve essere mirata, l’intervento deve essere cucito addosso ai bisogni reali del paziente. La medicina è un insieme di iter diagnostico, terapeutico e di recupero, dove si contemperano evidenza ed esperienza, senza mai perdere di vista il caso concreto che è fatto di problematiche che alterano la vita delle persone e di specifiche esigenze del paziente. Occorre conseguire il risultato di apportare un reale beneficio clinico che migliori la qualità della vita del paziente ed il suo recupero funzionale”.
La sua attività accademica si svolge anche presso l’Università di Hiroshima (Giappone) dove è Visiting Professor. In quale progetto è impegnato?
“In quello didattico (sport medicine) e poi collaboro con il prof. Mitsuo Ochi, presidente della Hiroshima University, al network internazionale dedicato alla ‘scienza della pace’ (Peace Science) con l’obiettivo di unire le istituzioni accademiche globali per formare i giovani alla cultura della pace. Con Ochi, anch’egli chirurgo ortopedico, abbiamo legami scientifici stretti, in particolare nel campo della medicina dello sport e della rigenerazione tissutale”.

