Ogni anno l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) pubblica i dati relativi alla povertà assoluta in Italia. Secondo l’ultima rilevazione, circa 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di indigenza, pari al 9,8% della popolazione. Si tratta di famiglie che non riescono a sostenere le spese minime per una vita dignitosa: alimentazione, abitazione, riscaldamento, istruzione, salute. Parallelamente, lo stesso ISTAT stima che l’economia sommersa — composta da attività legali non dichiarate e da attività illegali — ammonti a oltre 217 miliardi di euro, circa il 10% del PIL nazionale. Di questi, quasi 20 miliardi derivano da traffici illeciti come droga, prostituzione e contrabbando. Il resto è frutto di lavoro nero, evasione fiscale e sotto-dichiarazione di redditi. Questi due dati, pur provenendo dalla stessa fonte, raramente vengono messi in relazione. Eppure, il loro accostamento solleva interrogativi cruciali: come è possibile che milioni di cittadini vivano in povertà assoluta in un Paese dove circolano centinaia di miliardi non tracciati? Dove finiscono queste risorse? Chi ne beneficia? E chi ne resta escluso?
Il sommerso come sistema
L’economia sommersa non è un fenomeno marginale. Coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori in nero, imprese che operano fuori dai circuiti ufficiali, cittadini che si arrangiano con espedienti quotidiani. In molti casi, non si tratta di poveri assoluti, ma di soggetti che sfuggono alle rilevazioni ufficiali, pur vivendo in condizioni precarie o instabili. La criminalità organizzata, inoltre, si nutre di manovalanza proveniente da contesti di disagio sociale. Il lavoro illecito, la microcriminalità, l’indebitamento informale sono spesso l’unica via di sopravvivenza per chi non trova spazio nel mercato regolare. Tuttavia, non tutti coloro che operano nel sommerso sono poveri: esiste anche una fascia di benestanti che evade per convenienza, non per necessità.
La povertà invisibile
Un altro elemento da considerare è la povertà “invisibile”: quella che non appare nelle statistiche perché non viene dichiarata. Molti cittadini, per vergogna o per dignità, non si rivolgono ai servizi sociali, non chiedono aiuto, non si fanno registrare come indigenti. Altri vivono sobriamente, per scelta o per necessità, senza percepirsi come poveri. Le mense della Caritas, ad esempio, accolgono chiunque senza chiedere documenti. Questo rende difficile quantificare con precisione il numero di persone in difficoltà. La povertà, infatti, non è solo una condizione economica, ma anche culturale, relazionale, spirituale.
Sobrietà e dignità
In Italia esiste una tradizione di sobrietà che spesso si confonde con la povertà. Ci sono cittadini che vivono con poco, ma con grande dignità. Che scelgono di non consumare, di non rincorrere il superfluo, di vivere in modo essenziale. Questa sobrietà, tuttavia, non viene rilevata dalle statistiche, che si basano su soglie materiali. La distinzione tra povertà subita e sobrietà scelta è fondamentale. La prima è una ferita sociale, la seconda può essere una forma di libertà. Ma entrambe sfuggono ai modelli interpretativi dominanti, che tendono a semplificare la complessità del vissuto.
In questo senso, la tradizione francescana offre una chiave interpretativa profonda. San Francesco d’Assisi parlava della “perfetta letizia” come di una gioia che nasce non dal possesso, ma dalla comunione, dalla libertà interiore, dalla fraternità. “Se possedessimo qualcosa, dovremmo avere anche delle armi per difenderlo”, diceva, indicando una via di disarmo e di fiducia radicale. Giovanni Duns Scoto, teologo francescano, affermava che “la volontà è più nobile dell’intelletto”, e che la libertà è il cuore della dignità umana. In questa prospettiva, la sobrietà non è privazione, ma scelta libera e generativa.
La tradizione francescana sulla povertà ruppe gli steccati fra i diversi ceti sociali, diffondendo la cultura della sobrietà e della sostenibilità, che non significa indigenza, ma prassi libera e solidale, capace di rendere possibile l’affermazione dell’equità sociale. Tante persone bisognose attendono aiuto, tanti oppressi attendono giustizia, tanti disoccupati operosi attendono lavoro e dignità. “E’ possibile – si chiede Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, nn. 50-51 – che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? Chi resta condannato all’analfabetismo? Chi manca delle cure mediche più elementari? Chi non ha una casa in cui ripararsi? Lo scenario della povertà può allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le muove povertà, che investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono dell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale”.
Occorre da parte di tutti una lotta alla povertà. All’inizio del nuovo millennio – scrive ancora Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2000, n.14 – la povertà “è la questione che più di ogni altra interpella la nostra la nostra coscienza umana e cristiana”, perché rende impossibile la realizzazione la realizzazione dell’umanesimo plenario. Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalutare la fraternità nella vita sociale – a livello politico, economico, culturale – facendone la norma costante e suprema dell’agire. E’ l’amore, infatti verso gli altri indistintamente, la forma più alta e più nobile del rapporto tra gli esseri umani.
Verso una lettura integrata
I dati ISTAT sono preziosi, ma vanno letti con spirito critico. La povertà non è solo una questione di reddito, e il sommerso non è solo evasione. Sono fenomeni intrecciati, che raccontano una società in cui molti vivono ai margini, dentro o fuori dai confini della legalità. Serve una statistica più umana, capace di cogliere le sfumature, le ambiguità, le storie. Serve una politica che non si limiti a contabilizzare, ma che sappia interpretare, includere, trasformare. E serve una cultura che riconosca la dignità di chi vive con poco, senza confondere la sobrietà con la miseria.
Come scriveva san Bonaventura, “la povertà è la madre della pace”, non quando è imposta, ma quando è abbracciata come stile di vita che libera dal dominio delle cose e apre alla comunione.

