Un ponte tecnologico tra fede e inclusione che trasforma la ritualità millenaria delle Porte Sante in un’esperienza sensoriale profonda. Con la sua installazione multimediale “Oculus Spei“, l’artista Annalaura di Luggo porta lo spettatore nel cuore della fragilità umana, abbattendo gli stereotipi attraverso il potere dello sguardo e della luce. Dall’esordio al Pantheon di Roma fino alla tappa finale presso il Museo del Tesoro di San Gennaro a Napoli, dove l’opera rimarrà fino al 2026, il progetto si snoda tra le quattro basiliche papali e la simbolica “quinta porta” del carcere di Rebibbia. In questa intervista, l’artista ci svela come il gesto fisico di bussare a un portale virtuale possa liberare dalle prigioni interiori e perché il messaggio del Giubileo non debba esaurirsi con la chiusura dell’anno sacro, ma continuare a brillare come una “fiammella interiore” nel petto di ogni individuo.
L’Intervista
Annalaura, parliamo di questa imponente installazione, “Oculus Spei”. Di cosa si tratta esattamente e qual è la finalità profonda di raccontare queste “Porte Sante” di luce, specialmente in un momento così significativo come il Giubileo?
“Oculus Spei è un’installazione multimediale e interattiva che riproduce virtualmente le Porte Sante. L’obiettivo è dare un segno tangibile del fatto che la Porta Santa non è solo un rito passeggero, ma qualcosa che permane. È un elemento esperienziale: il lavoro è nato nel dicembre 2024, in concomitanza con l’apertura delle Porte Sante da parte di Papa Francesco. Abbiamo esposto il progetto inizialmente al Pantheon, presentando cinque porte: le quattro delle basiliche papali più una quinta, estremamente simbolica, quella del carcere di Rebibbia”.
Come avviene l’interazione tra il pubblico e l’opera? Cosa scopre il fruitore quando si avvicina a questi portali virtuali?
“Accade qualcosa di magico e fisico al tempo stesso. Quando il visitatore bussa fisicamente ai portali, le porte si aprono e mostrano persone con disabilità provenienti dai quattro angoli del mondo: Asia, Africa, America ed Europa. Queste persone, attraverso la loro fragilità, diventano portavoce di un messaggio potentissimo di speranza, inclusione e resilienza”.

La luce sembra essere la vera protagonista scenica del suo lavoro. Che ruolo gioca nella narrazione artistica?
“La luce è l’elemento centrale. Mi sono ispirata alla luce del Pantheon, che scende dall’alto e colpisce il petto di ogni protagonista. Lì si apre un varco da cui emerge un occhio. Non è una scelta casuale, ma nasce dalla Lettera di San Paolo Apostolo agli Efesini: “Il Signore illuminerà gli occhi del cuore per farci comprendere a quale speranza siamo stati chiamati”. Questa frase racchiude l’essenza dell’opera: una speranza che entra e chiama tutti noi”.
Lei parla di un percorso che va dall’incontro con l’altro all’incontro con se stessi, citando il precetto di amare il prossimo. In che modo la porta del carcere di Rebibbia si inserisce in questo cammino interiore?
“Incontrare l’altro è il primo passo. Ma poi l’opera ci mette davanti a noi stessi. Davanti alla porta di Rebibbia ci rivediamo dietro sbarre virtuali. Quelle sbarre rappresentano le nostre prigioni interiori, le nostre paure e difficoltà. Ma anche lì arriva un raggio di luce che batte sul petto del fruitore e libera ognuno dalle proprie sbarre. È l’incarnazione del messaggio: ‘Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto'”.

Il progetto ha avuto un respiro itinerante toccando Roma, Firenze e Torino, per poi approdare a Napoli al Museo del Tesoro di San Gennaro, dove resterà fino al 2026. Perché questa scelta di restare esposti oltre la chiusura dell’anno giubilare?
“Proprio per dimostrare che la speranza non si esaurisce con la fine formale del Giubileo, ma si rilancia nel nuovo anno. Questo percorso è stato possibile grazie a un incredibile processo aggregativo che ha unito Chiesa e istituzioni culturali, con il patrocinio del Giubileo promosso da Monsignor Lucio Adrian Ruiz, del Ministero della Cultura, della Giustizia e degli Esteri. È stato creato un ponte vero tra fede e arte”.
Viviamo in una società dominata da immagini veloci che spesso ci distraggono. Nel suo studio, quanto è importante l’uso dell’occhio e della luce per costringere lo spettatore a guardare “oltre”?
“È fondamentale. Gli occhi dei protagonisti si impongono con la necessità di superare gli stereotipi. Siamo “costretti” a guardarli negli occhi, che nell’opera appaiono ingranditi. In questo modo la persona diversa non è più ai margini, ma diventa il centro dello sguardo. Ma c’è di più: questo occhio non guarda solo fuori, è un occhio interiore. C’è un dettaglio fondamentale nell’installazione: quando la luce invade il protagonista e poi si ritira, la persona resta nel buio, ma nel petto rimane accesa una fiammella luminosa. Questo ci dice che una volta che Dio (o la speranza) ci ha toccato, la luce resta dentro di noi per sempre”.

