Memoria dei fallimenti per migliorarsi: la “cultura dell’errore”

La società contemporanea vive della dicotomia fallimento-successo e impone percorsi errati in entrambe le due condizioni estreme

Foto di Daniela Holzer su Unsplash

La “cultura dell’errore” rappresenta il modo in cui una società, nel mondo globale attuale, è in grado di gestire lo sbaglio umano e le relative conseguenze non considerandole un fallimento, bensì un’eventualità fisiologica da cui imparare per crescere. Tale cultura non invita a commettere sviste né intende giustificare ogni azione o comportamento non corretto. L’intenzione è quella, equilibrata, in cui riconoscere il giusto peso all’errore senza criminalizzare e condannare, con un pesante giudizio, chi lo commette.

Il nuovo principio considera gli sbagli involontari, in buonafede, che si verificano per vari motivi tra cui la negligenza, la stanchezza, la superficialità, la paura di essere giudicati, il desiderio di perfezione. In una società sempre più articolata, contrassegnata da imprevisti, corse e rallentamenti improvvisi, il problem solving è attività e dinamica quotidiana.

Il cambio di prospettiva è fondamentale in tutte le relazioni umane. Si pensi a quanto beneficio, materiale e spirituale, si potrebbe cogliere nel dialogare sull’errore come opportunità, in famiglia, evitando gravi lacerazioni tra genitori e figli. Altro aspetto rilevante è quello scolastico, in cui lo studente potrebbe rendere meglio ed evitare situazioni estreme di abbandono, di insuccesso e di bullismo. A livello sentimentale, rappresenta la chiave più valida per evitare incomprensioni e gravi conseguenze di separazioni o reati. A livello professionale, in un ambito che vuole crescere e innovare, con lungimiranza e proiezione al futuro prossimo, il rischio è considerato il lievito essenziale per raggiungere risultati; la demonizzazione conduce a divisione, minore collaborazione e motivazione.

Cercare ostinatamente il colpevole, da parte di individui ritenutisi perfetti ed esenti da sbagli, che considerano l’errore come un problema altrui, conduce al tracollo e all’alienazione, di tutti. La competizione e l’innovazione spingono verso una pluralità di opportunità e offerte che non seguono un tracciato standard (come nel passato) bensì “osano” per aprire nuove strade. Questa ampiezza di vedute, presuppone una dinamicità di rilievo in cui è necessario formulare nuove idee e spingersi in territori inesplorati, stuzzicando appieno la lungimiranza.

Osare con nuove proposte, in percorsi sconosciuti, implica una percentuale di rischio più elevata. Tale condizione consente dei frutti se il ricevente o la comunità siano in grado di porli in conto e di apprezzare, comunque, anche un’idea poco felice al momento, senza condannare il “colpevole”. Nel ventaglio dei progetti, è opportuno considerare una percentuale fisiologica di errore che, tuttavia, permette di assumere una decisione migliore.

Nel merito, Papa Francesco, durante l’Udienza Generale del 20 settembre 2017, affermò “Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. […] Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico. Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. […] Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore. Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai”.

Il grande campione di basket, Michael Jordan, precisò “Ho sbagliato più di 9.000 tiri nella mia carriera. Ho perso quasi 300 partite. Per 26 volte mi è stato affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ed è per questo che ho avuto successo”.

Matthew Syed, giornalista, è l’autore del volume “Gli errori che ci aiutano a non sbagliare”, pubblicato da “Newton Compton Editori”, nello scorso mese di aprile. Parte dell’estratto recita “C’è una sorta di scatola nera, dentro ognuno di noi: conserva la memoria delle nostre azioni, dei traguardi superati e dei chilometri percorsi, ma anche e soprattutto dei fallimenti. Attingere a questo enorme bagaglio di errori già commessi è il presupposto fondamentale per evitarne di nuovi, e per ottenere grandi risultati”.

La ricerca di Skuola.net, visibile al link https://www.skuola.net/news/inchiesta/errori-crescita-tipp-ex.html, è stata condotta intervistando 2.500 studenti delle scuole superiori e dell’università. Fra i dati, pubblicati l’8 ottobre scorso, si legge “Qualcosa, oggi, sta cambiando, soprattutto fra le nuove generazioni: circa la metà (42%) dei giovani studenti che attualmente popolano le nostre aule, infatti, riconosce che sbagliare, per quanto doloroso, possa avere un valore positivo. A segnalarlo è una ricerca condotta da Skuola.net – portale di riferimento per il mondo dell’istruzione – in collaborazione con Tipp-Ex. […] In particolare, il 32% degli intervistati descrive l’errore come frustrante ma utile, mentre un altro 10% lo interpreta come uno stimolo concreto a fare meglio. Solo il 22% lo vede ancora come un fallimento senza alcun aspetto positivo, mentre appena il 9% lo percepisce come un’esperienza da evitare a tutti i costi. Il restante 26% del campione, infine, ha un atteggiamento variabile, che può mutare in funzione del tipo di sbaglio o del contesto in cui viene commesso. […] Ben il 76% degli intervistati vorrebbe invece che, così come vengono evidenziati gli sbagli, gli venissero sottolineati anche i successi”.

Una sana capacità di discernimento si colloca, come soluzione intermedia, in continua oscillazione tra la brama del successo (e dell’immagine vincente) e l’incubo del fallimento. Tali polarità conducono a una condotta di vita stressante, in cui il mancato obiettivo della vittoria nella competizione sociale, precipita la persona in gravi ripercussioni mentali e fisiche. La paura di non riuscire, al contempo, tarpa le ali, le idee e la volontà, con altrettante pericolose ricadute; non stimola al tentativo, alla prova, a concretizzare le proprie capacità. Ciò conduce, pericolosamente, a esperienze di isolamento e di solitudine.

La ricerca ossessiva della “pagliuzza altrui” rappresenta il tentativo di deresponsabilizzazione personale. In un’ottica individualista, pone, ai raggi x, gli sbagli degli altri, li amplifica e si impunta, particolarmente, nel delegittimare l’autore, escludendo, dogmaticamente, di essere nella stessa condizione umana. Torna, sempre più attuale, l’esigenza dell’“esame di coscienza”, attraverso il quale, con umiltà e riflessione, formulare un giudizio su se stessi, ammettendo le proprie responsabilità, proponendosi di chiedere scusa e di lavorare per migliorare i rapporti interpersonali.

La cultura dell’errore riproduce la dinamica tipica dei bambini che, nella fase meno razionale della loro vita, apprendono per tentativi, utilizzano le (poche) informazioni ricevute e provano a costruire frasi, espedienti, soluzioni a problemi pratici e, soprattutto, mai affrontati.

L’era della formazione continua e del “lifelong lifewide learning” (apprendimento per tutta la durata della vita e in tutti i contesti), non si basa solo sulla conoscenza ottenuta nel periodo scolastico ma anche in quello lavorativo.

Procedere per schemi collaudati e riscontrare l’assenza di problematiche non è vera gloria: può custodire, in realtà, solo un automatismo già consolidato (e spesso obsoleto nell’era della velocità informatica), in cui non si concretizza la sperimentazione. Solo attraverso l’audacia delle proprie affermazioni e dei tentativi, la civiltà è riuscita a svilupparsi a livello tecnologico e a studiare soluzioni per i vari problemi. In una società che non osa, probabilmente l’individuo non avrebbe migliorato le proprie condizioni di vita.

La scienza procede per ipotesi e verifiche e si fonda, come ricordava Galilei, sul principio di “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”. Il celebre scienziato aveva già individuato una cultura dell’errore ante litteram, affermando “Dietro ogni problema c’è un’opportunità”.

La caccia al colpevole può limitarsi a sanzionare, a macchia di leopardo e con dispendio di tempo, le imperfezioni colte qua e là; non interverrà, tuttavia, sulle vere cause che generano la problematica, sulle soluzioni a largo spettro e quelle utili per il domani. Anziché celebrare la ricerca del capro espiatorio, è necessario focalizzarsi sulle cause che hanno generato malintesi e incomprensioni, valutare come rimediare e se sia possibile trarne profitto e insegnamento. La paura attanaglia e ingabbia il singolo che tende, dunque, a limare e offuscare il più possibile gli errori anziché accettarli.

La cultura dell’errore si contrappone a una “cultura della colpa” che, da sempre, è il metronomo attraverso il quale una comunità puntella i “suoi” valori. Tale approccio, sulla falsariga dei “rinforzi”, tende a premiare i comportamenti e i pensieri ritenuti corretti e a deplorare/inibire quelli valutati non idonei. Agisce secondo la logica del più forte e del controllo sociale, impedendo l’esercizio della libertà personale e una sana crescita spirituale. Utilizza la paura per soggiogare gli individui e persegue una continua caccia al colpevole per fiaccare pareri contrari. Una società del genere, tuttavia, non ha futuro: reprime, a fatica, le opinioni altrui, non considera l’altro e non apre al confronto di idee diverse. Si tratta di una realtà cullata da chi si sente come un essere superiore. Tale semidivinità non conosce il perdono per le pecche altrui e non comprende la vera natura umana; cerca di imbrigliare l’altro nel momento in cui, al contrario, si pone come primo prigioniero, ora e dopo.

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