La mostra “Luci nel buio”, allestita a Milano – nella sede di Citi in piazzetta Bossi 3 – dal 25 novembre 2025 al 25 febbraio 2026, rappresenta un percorso fotografico, realizzato da Marco Garofalo, nato dalla collaborazione con Fondazione Progetto Arca, con l’obiettivo di raccontare in modo autentico la realtà del disagio abitativo e delle persone senza dimora a Milano e Roma. Un progetto che unisce ascolto, rispetto e sguardo umano, invitando il pubblico a conoscere più da vicino vite spesso invisibili ma profondamente significative. Interris.it ha intervistato il curatore della mostra, Marco Garofalo.
L’intervista
Garofalo, come nasce la mostra “Luci nel buio” e quali obiettivi ha?
“Luci nel buio nasce circa un anno fa da un’idea della Fondazione Progetto Arca, che mi ha contattato chiedendomi di realizzare un reportage in occasione dei 30 anni della fondazione. L’obiettivo era raccontare il mondo in cui l’organizzazione opera: l’assistenza alle persone che vivono in condizioni di disagio abitativo o senza dimora. Fin da subito è stato chiaro che non volevano un lavoro celebrativo né pietistico, ma un approfondimento autentico sulla vita di strada. Il titolo stesso richiama l’attenzione su quelle luci nel buio: attività, momenti, gesti, capacità e appigli a cui si aggrappano le persone che vivono per strada e attraversano periodi complessi della loro vita, nel tentativo di rimettersi in piedi e dare nuova luce al proprio cammino. Quando mi hanno proposto il progetto ho accettato con molto piacere, ma ho subito spiegato che avrei avuto bisogno di tempo: mi piace conoscere, approfondire, vivere per quanto possibile i luoghi e le persone che fotografo. Ed è andata così. Abbiamo lavorato soprattutto a Milano e Roma, due città che accolgono numeri molto alti di senza dimora – numeri purtroppo in crescita – e più in generale persone in forte disagio abitativo. Per fortuna, accanto a questa realtà esistono associazioni, volontari e individui che si impegnano quotidianamente per offrire sostegno e aiuto concreto”.
Attraverso le sue fotografie hai cercato di gettare luce sul fenomeno del disagio abitativo. Che cosa hai imparato da questa esperienza?
“Ho imparato moltissimo. Credo sia una prerogativa – e anche un privilegio – del mio mestiere: chi fa fotografia documentaria torna sempre con un bagaglio di conoscenze e consapevolezze più ricco. Se non accade, significa che qualcosa non ha funzionato. In particolare, questo lavoro mi ha permesso di vedere la mia città, Milano, da un punto di vista diverso. Da tanti anni mi occupo di fotografia sociale: conosco le periferie, conosco la strada. Ma un approfondimento così, non legato a un’inchiesta ma a un approccio delicato, fatto di richieste di permesso, di avvicinamenti in punta di piedi a persone disposte a condividere un pezzo della loro storia, mi ha permesso di scoprire aspetti nuovi. Anche luoghi familiari, come il centro di Milano – che tutti immaginiamo elegante, e lo è – sono in realtà gli stessi che accolgono il numero maggiore di senza tetto. Lo stesso discorso vale per Roma: non è la mia città, ma la conoscevo, e guardarla attraverso questi occhi è stato un vero approfondimento. Alla fine, questo percorso mi ha fatto conoscere meglio non solo le persone incontrate, ma anche me stesso”.
Che messaggio vorresti lanciare a chi visiterà la mostra?
“Io difficilmente ‘lancio messaggi’ precisi: preferisco offrire suggerimenti. Le fotografie, dico sempre, sono porte aperte, e ciascuno decide cosa vedere. Vorrei che queste immagini suscitassero domande e spingessero a cercare risposte interiori, più che fornire didascalie. Infatti, nella mostra non ci sono didascalie tradizionali: ci sono piccoli racconti ispirati alle fotografie, che le accompagnano e le sostengono. Il messaggio comune è un invito: entra, conosci, fatti un’idea, rispecchiati in queste immagini. Perché, alla fine, i punti di contatto tra chi ha un tetto e chi non ce l’ha sono molti di più delle differenze.”

