Lo sguardo universale di Dante: l’attualità del “Sommo Poeta”

In occasione del Dantedì, Interris.it ha intervistato lo storico della lingua Giulio Ferroni, Presidente del Comitato scientifico della Società Dante Alighieri

A sinistra: un particolare della statua di Dante Alighieri. Foto © Casey Lovegrove da Unsplash. A destra: il professor Giulio Ferroni. Foto © Sara Minelli da Imagoeconomica.

Padre della lingua italiana e intellettuale dalla grande passione civile, il “Sommo Poeta” Dante Alighieri parla a ogni epoca. La sua eredità è un patrimonio senza tempo e viene celebrata il 25 marzo, data che sei anni fa il Ministero della Cultura ha scelto per istituire il “Dantedì” alla luce delle interpretazioni che la indicano come l’inizio del viaggio descritto nella “Divina Commedia”. Secondo il professore emerito di Letteratura italiana della Sapienza e presidente del Comitato Scientifico della Società Dante Alighieri Giulio Ferroni, il fiorentino ci parla ancora grazie alla forza della sua parola e all’universalità del suo sguardo, capace di cogliere i caratteri dell’essere umano di ogni tempo. La Società, fondata da un gruppo di intellettuali tra cui Giosuè Carducci nel 1889, promuove la lingua e la cultura italiana dentro e fuori la Penisola. In occasione del Dantedì 2026, insieme al Ministero dell’Istruzione e del Merito, lancia il concorso nazionale rivolto alle scuole superiori, italiane e non, sui versi iniziali dell’undicesimo Canto del Paradiso, “O insensata cura”, per riflettere sugli interessi e le preoccupazioni contemporanee alla luce del messaggio di essenzialità e di autenticità del Poverello di Assisi, a cui il canto è dedicato. I risultati saranno resi noti il 4 ottobre, Festa di San Francesco.

Dante è considerato il “padre” della lingua italiana. Cosa rappresenta il Sommo Poeta per la nostra cultura?

“Il suo poema ha un vasto respiro, che va dalla creatività linguistica alla capacità di trattare qualsiasi argomento. La forza della parola di Dante è stata capace di imporre una lingua italiana, con base fiorentina, che teneva conto di altri contributi regionali e di lingue diverse. Il suo valore, non solo linguistico e letterario, è stato riscoperto al tempo del processo di unificazione dell’Italia, perché Dante, pur vivendo in un Paese frammentato dalle lotte tra guelfi e ghibellini, aveva uno sguardo globale, capace di cogliere – e di trasmettere – un’immagine di unitarietà. La sua concezione politica, come emerge dal suo trattato ‘De Monarchia’, aspirava all’unità del genere umano e alla pace universale. Pur legato alla forma istituzionale dell’impero, la sua non era un’ottica nazionalistica, quanto europea e cristiana”.

La Divina Commedia, la sua opera più celebre e celebrata, è un poema che racconta un viaggio – spinto dal motore che “move il sole e l’altre stelle”, l’Amore – attraverso tre regni. Siamo di fronte a una poesia teologica o a una teologia poetica?

“La teologia è nella sua poesia. Attraverso questa forma letteraria Dante esprime il proprio punto di vista sul mondo, la propria conoscenza teologica e la fede religiosa. Vuole essere poeta, tanto da scrivere, nel 25esimo canto del Paradiso, che una volta conclusa l’opera, sarà richiamato a Firenze per ricevere l’incoronazione poetica. Inoltre la sua grandezza risiede anche nel fatto che è uno dei primi scrittori del Tardo Medioevo ad affermare la propria identità di autore, e anche di protagonista”.

Cosa rappresenta san Francesco per Dante?

“L’umiltà, per il suo rapporto con ‘sorella Povertà’. Quello di Dante è invito a non sopravvalutare sé stessi, il proprio lavoro, il proprio punto di vista, ma osservare tutto nel quadro dei valori universali e della comunità umana”.

Dante è stato un intellettuale a tutto tondo, date la sua vasta cultura e la sua passione civile?

“Ha avuto la curiosità di conoscere le scienze del tempo e al tempo stesso di interessarsi alla concretezza della vita materiale, fatta di rapporti umani e di ambiente fisico. Nella Commedia mostra tanti diversi esempi di umanità, suoi contemporanei o antichi, inserendo anche figure del mondo arabo e islamico come il filosofo Averroè e il sultano Saladino. La conoscenza del mondo classico è importante per l’universo cristiano in cui viveva Dante e la scelta di farsi guidare da Virgilio, pure se nella prospettiva teologica e religiosa del fiorentino non può accompagnarlo fino alla beatitudine celeste, compito che spetta a Beatrice, mostra la continuità della cultura occidentale”.

Primo Levi in “Se questo è un uomo” recita a un altro detenuto nel lager alcuni versi della Divina Commedia e in “I sommersi e i salvati” scrive che la cultura lo ha aiutato a salvarsi. Davvero ha questo potere?

“Una delle sue affermazioni più belle è che la salvezza gli è venuta dalla cultura che aveva appreso e che faceva parte della sua memoria. Levi si ricordava quei versi perché erano diventati parte di lui. Per questo ritengo un errore che oggi a scuola non si imparino più certe cose a memoria: permetterebbe di farle diventare il personale patrimonio mentale”.

Allora, come si può insegnare Dante ai più giovani?

“Ci vuole prima di tutto la passione dell’insegnante: per trasmetterlo deve amare Dante e deve essere entrato nel cuore della Commedia. Bisogna far sentire la forza della sua parola, una lingua distante nel tempo e in certi passi difficile, ma pur sempre la nostra e sempre utile per imparare a ragionare”.

In conclusione, Dante parla ad ogni epoca, anche alla nostra?

“Sì, per la sua universalità. Nella Commedia mostra e descrive, anche in incontri fatti di poche parole, i caratteri umani particolari, il male estremo e il bene sommo, che in fondo ritornano sempre uguali in ogni tempo”.

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