L’economia non nasce solo con il mercato: anche con la vilitas

La minorità francescana come matrice nascosta della scienza economica moderna

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Economia. Foto © Towfiqu Barbhuya da Unsplash.

La storia dell’economia viene solitamente fatta risalire al pensiero moderno, da Bernard Mandeville ad Adam Smith, fino alle grandi scuole classiche liberali e socialiste. Ma questa narrazione ignora una radice più antica e sorprendente: il contributo degli Spirituali francescani del XIII secolo, e in particolare di Pietro di Giovanni Olivi. Al centro della loro riflessione vi è la vilitas (nel latino medievale vilitas non significa solo “povertà” o “miseria”, ma indica ciò che è basso, umile, privo di pregio agli occhi del mondo), la scelta volontaria della minorità come metodo per comprendere il valore, l’uso dei beni, il rischio e il prezzo. Una categoria spirituale rimossa dalla storiografia economica, ma decisiva per la nascita della scienza economica e ancora oggi capace di offrire un orientamento umano e relazionale all’economia globale.

Il nucleo della dottrina economico-sociale di Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) è conosciuto quanto basta dagli studiosi del pensiero francescano per il suo trattato “De emptionibus et venditionibus, de usuris, de restitutionibus”, scritto intorno al 1294, ma poco sappiamo di come sia arrivato a redigere il primo nucleo della trama della scienza economica. Questa è la ragione per cui, ad esempio, nel mondo accademico e nelle Facoltà di economia non si faccia nessun accenno. Ma quello che ancor più sorprende, neanche nelle facoltà teologiche. Gli anglosassoni ebbero meno reticenze, avendo avuto la prima rivoluzione industriale, a fondare l’economia classica a partire da Bernard Mandeville, evitando più o meno coscientemente l’approccio umanistico e considerando quell’economia quasi come un’attività “domestica”, artigianale, pertinente soltanto alla sfera privata della vita, non alla sfera pubblica. Non rientrava nella mentalità culturale di allora che i mercanti di Firenze e di molte altre città italiane ed europee del Duecento e del Trecento potessero dimostrare, invece, che quanto giovava a loro giovava pure al benessere collettivo. Ha dovuto farlo capire all’inizio del Settecento Bernard Mandeville nella sua famosa “Favola delle api” (1724), immaginando un alveare, attorno al quale dimostrare che la felicità pubblica di una società mercantile è legata non alla virtù ed alla parsimonia dei suoi componenti, ma ai loro vizi, ai loro comportamenti individualistici. La formula di società, che svolse fino al paradosso di sostenere che i vizi privati, come l’egoismo dei mercanti, potevano tramutarsi in virtù pubbliche o pubblici benefici.

La letteratura economica, che fino ad allora era scarsa e poco tramandata, si moltiplicò con crescente velocità, diffondendo idee liberali anche in altre nazioni, avendo avuto la fortuna di trovare fra i sostenitori intelligenti e filosofico-economiche della grande figura di Adam Smith. Naturalmente non mancò una reazione al disagio provocato nella vita sociale, di cui si fece interprete il socialismo di Karl Marx, avanzando la promessa di invertire la gestione del godimento dei benefici dai capitalisti agli operai. La dialettica da entrambe le parti contribuì a ingrossare la massa di libri e articoli di economia, sfociando in scuole (classica, neoclassica, storica, keynesiana, ecc.), ciascuna con un suo metodo e con suoi paradigmi non sempre omogenei.

Ma questa genealogia dell’economia, così come viene solitamente raccontata, resta monca. Manca infatti ciò che precede e rende possibile ogni riflessione economica: una nuova visione dell’uomo, del valore e dell’uso dei beni, maturata proprio in quell’ambiente francescano che la storiografia economica tende a ignorare. È in questo vuoto che si colloca l’apporto degli Spirituali francescani.

La vilitas degli Spirituali come chiave nascosta della nascita dell’economia

Nel cuore della riflessione degli Spirituali francescani si trova una categoria che la modernità ha smarrito e che pure ha avuto un ruolo decisivo nel rendere possibile la nascita della scienza economica: la vilitas. È un termine che, letto con gli occhi di oggi, rischia di essere frainteso. Non indica la miseria, né l’umiliazione sociale, né tantomeno un disprezzo del mondo. La vilitas è piuttosto una postura spirituale e cognitiva, un modo di collocarsi nella realtà che permette di vedere i beni, gli scambi, il lavoro e il valore con uno sguardo nuovo, libero dalle categorie del possesso e del prestigio.

Gli Spirituali francescani — Pietro di Giovanni Olivi in testa — non si limitarono a discutere di prezzi, di capitale, di contratti o usura. Essi elaborarono una vera e propria antropologia economica, fondata su un principio che oggi fatichiamo a comprendere, ma che allora fu rivoluzionario: la vilitas. Con questo termine non indicavano la miseria o l’umiliazione, bensì la scelta volontaria di collocarsi in basso, di assumere una posizione di minorità che permettesse di vedere il mondo economico da un punto di vista nuovo, libero dalle logiche del possesso, del dominio, della competizione. Negli Spirituali diventa un termine tecnico che esprime la scelta volontaria dell’umiltà concreta, contro ogni forma di prestigio o potere; la preferenza per ciò che non dà dominio, non genera appropriazione, non produce capitale simbolico; la condizione spirituale che permette di vivere il santo Vangelo nelle sue dimensioni antropologiche e di giustizia sociale. La vilitas è quindi una categoria anzitutto antropologica, poi economica e spirituale insieme. Non era un atteggiamento intimistico, ma una categoria operativa. Essa consentiva di valutare i beni non per il loro prestigio o per la loro capacità di generare potere, ma per il loro uso, per la loro utilità concreta nella vita delle persone e delle comunità. In questo modo gli Spirituali aprirono la strada a una concezione dinamica del valore, anticipando di secoli l’idea moderna di utilità e di preferenza soggettiva. Senza questa rivoluzione dello sguardo — senza questa “discesa” nella realtà concreta dei bisogni e degli scambi — la scienza economica non sarebbe potuta nascere.

E’ dunque paradossale che proprio coloro che posero le basi per pensare l’economia come ambito autonomo e razionale siano stati espulsi dal racconto ufficiale. La vilitas, che non appare nei manuali, è invece la chiave nascosta che permette di comprendere come l’economia sia nata non da un atto di rottura con la spiritualità, ma da un suo approfondimento radicale.

La vilitas in Pietro di Giovanni Olivi

Olivi non usa vilitas come semplice sinonimo di povertà materiale. In lui il termine assume un valore teologico‑economico molto preciso, che si comprende solo dentro la sua dottrina della povertà e dell’usus pauper. Nel suo “Exspositio super Regulam Fratrum Minorum” (Fonti normative francescane, a cura di R. Lambertini, Coll. F. Bartolacci, Padova 2016), Olivi individua la vilitas, anzitutto, come antidoto alla proprietà come vero pericolo spirituale per la sua implicazione a trasformare la volontà di dominio, che essa può impedire. Inoltre, indirizza la volontà a non attribuire alla proprietà un valore assoluto, ma riconoscendo che i beni hanno un valore economico d’uso e non di scambio. Infine, la vilitas è la radice spirituale dell’usus pauper: non basta non possedere; occorre usare in modo povero.

I suoi scritti sulla povertà e l’usus pauper (questioni sulla perfezione evangelica, testi sul voto francescano, dispute sulla povertà); il suo Commento all’Apocalisse dove la storia della Chiesa è letta come tensione tra la vilitas (anche se non sempre con questo lemma) evangelica e la secolarizzazione; gli scritti economici (questioni su compravendite, usura, contratti, lucro), dove la logica del profitto è analizzata ma non adottata come criterio di vita, sono tutti concetti che lasciano intravedere lo stretto legame tra la categoria strutturale della forma evangelica con l’usus pauper.

In questi contesti, la vilitas non è un tema marginale: è il tono di fondo della forma di vita evangelica. Difatti, il legame con la riflessione economica lo riscontriamo nei suoi testi quando analizza il valore (d’uso, di scambio), il lucro, i contratti (giustizia commutativa, rischio, tempo, incertezza), non demonizzando l’economia, ma sottoponendoli ad un criterio spirituale.

La vilitas come rivoluzione del valore e come fondamento dell’autonomia economica

Nel trattato economico di Olivi, il valore economico di un bene era legato alla sua rarità, alla sua qualità e al suo prestigio personale, capace di conferire onore. Ma introduceva anche un altro criterio: il valore nasce dall’uso, dalla capacità di un bene di rispondere a un bisogno reale, dalla sua utilità concreta nella vita delle persone e delle comunità. È un passaggio epocale. La vilitas permette di guardare i beni non dall’alto, come simboli di status, ma dal basso, come strumenti di vita.

In questo modo, Olivi e gli Spirituali anticipano — senza saperlo — alcune delle intuizioni che diventeranno centrali nell’economia moderna: la soggettività del valore, la dinamica della preferenza, la valutazione del rischio, la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio. Ma ciò che per gli economisti moderni è un’analisi tecnica, per gli Spirituali nasce da una scelta spirituale: solo chi rinuncia al possesso può comprendere davvero il valore economico e l’uso delle cose. Difatti, per Olivi il prezzo giusto non è un numero astratto, ma l’esito di una relazione equilibrata tra utilità, rischio, scarsità, lavoro e intenzione morale. La vilitas permette di vedere il prezzo non come strumento di dominio, ma come misura di equità: un prezzo è giusto quando non schiaccia l’altro, quando non sfrutta la sua necessità, quando rispetta la dignità di chi compra e di chi vende.

La vilitas degli Spirituali come metodo ermeneutico delle radici dell’economia

Per gli Spirituali, la vilitas è la scelta volontaria di porsi “in basso”, nella condizione del minore. È la minorità come metodo. Collocarsi in basso significa sottrarsi alla logica del dominio e della competizione, per assumere invece la prospettiva dell’uso, della relazione, della necessità concreta. In questo senso, la vilitas non è un atteggiamento intimistico, ma una categoria operativa, capace di trasformare il modo in cui si valutano i beni e si comprendono le dinamiche economiche.

Come accennato sopra, la storiografia del pensiero economico tende a collocare la nascita dell’economia come scienza nel Settecento, con Smith e i suoi contemporanei. Ma questa narrazione ignora che, già nel XIII secolo, gli Spirituali francescani avevano aperto la strada a un pensiero economico autonomo, capace di analizzare prezzi, contratti, rischi, utilità, senza ridurre tutto alla morale o al diritto.

La vilitas è ciò che rende possibile questa autonomia. Collocandosi nella minorità, gli Spirituali possono osservare la realtà economica senza pregiudizi, senza condannarla in blocco, senza idealizzarla. Possono riconoscere che il mercato non è solo luogo di avidità, ma anche di cooperazione; che il guadagno non è solo tentazione, ma anche responsabilità; che il rischio non è solo pericolo, ma anche creatività. La vilitas permette di vedere l’economia come spazio umano, non come minaccia spirituale.

Una categoria rimossa, ma decisiva

È paradossale che proprio questa categoria — così feconda, così anticipatrice — sia stata rimossa dalla storia dell’economia. La vilitas non compare nei manuali, non viene citata nelle facoltà di economia, e raramente trova spazio anche in quelle teologiche. Eppure, senza di essa, non si comprende come Olivi abbia potuto elaborare un lessico e un pensiero economico così avanzato, né come la tradizione francescana abbia potuto generare strumenti concettuali che la modernità riprenderà secoli dopo.

La vilitas è la chiave nascosta: la radice spirituale che ha permesso alla riflessione economica di nascere come scienza autonoma, capace di leggere la realtà senza ridurla né spiritualizzarla. È la minorità che diventa metodo, la povertà che diventa sguardo, la spiritualità che diventa analisi.

Concludendo, la vilitas degli Spirituali non è un dettaglio marginale della storia francescana: è la radice nascosta che ha permesso alla riflessione economica di nascere come scienza autonoma, capace di leggere la realtà senza idolatrarla né demonizzarla. È la minorità che diventa metodo, la povertà che diventa sguardo, la spiritualità che diventa analisi. E forse, oggi più che mai, è la chiave per restituire all’economia un’anima, un orientamento, un senso.

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