Nel nostro Paese, essere madre è spesso una corsa a ostacoli. Ma quando la maternità viene affrontata da sole, senza il supporto di un partner e con risorse limitate, quegli ostacoli si trasformano in veri e propri muri. È questa la quotidianità di oltre 700mila madri single in Italia, che ogni giorno lottano per garantire ai propri figli un futuro dignitoso. A raccontare questa condizione è il report Le Equilibriste 2023 di Save the Children, che, attraverso dati e testimonianze, fotografa la difficile situazione delle madri sole, tra povertà, carenza di servizi, isolamento e precarietà lavorativa.
L’intervista
Interris.it ne ha parlato con Antonella Inverno, capo dipartimento ricerca e analisi di Save the Children, per capire meglio cosa sta accadendo, dove si concentrano le difficoltà maggiori e quali politiche pubbliche sarebbero davvero necessarie per cambiare le cose.
Antonella, quali sono oggi le principali difficoltà economiche e sociali che, secondo il vostro ultimo report, le madri single affrontano in Italia?
“Nel nostro Paese, ancora oggi, le donne vivono una condizione di marcato svantaggio rispetto agli uomini, e questa disparità si acuisce quando diventano madri. I dati parlano chiaro: alla nascita di un figlio, una donna su cinque abbandona il lavoro. Se parliamo di madri single, la situazione si fa ancora più complessa. Nel nostro rapporto le abbiamo definite ‘le equilibriste tra le equilibriste’: si tratta di una delle tipologie familiari più esposte al rischio di povertà. Le madri sole con figli minori percepiscono in media 26.822 euro l’anno, contro i 35.383 euro dei padri nella stessa condizione. Una madre sola su tre vive in affitto, mentre solo il 53,2% possiede un’abitazione. Le difficoltà economiche derivano spesso da una forte precarietà lavorativa, che rende difficile garantire stabilità ai figli. Inoltre, la carenza di servizi pubblici per l’infanzia aggrava ulteriormente la situazione, rendendo quasi impossibile conciliare lavoro e cura”.
Dal report emergono anche forti disuguaglianze territoriali. In quali aree del Paese le madri sole vivono le condizioni più critiche, e perché?
“Il divario territoriale è molto evidente. Al Nord, il tasso di occupazione delle madri con figli minori è del 74,2%, mentre al Sud crolla al 44,3%. L’Indice delle Madri, elaborato dall’Istat per Save the Children, mostra le Regioni italiane dove è più facile essere madre: ai primi posti troviamo la Provincia autonoma di Bolzano, l’Emilia-Romagna e la Toscana. All’estremo opposto, Calabria, Puglia, Campania e Basilicata continuano a occupare gli ultimi posti dell’indice, senza miglioramenti rispetto all’anno precedente. Questi dati confermano l’esistenza di un’Italia frammentata, dove mancano politiche omogenee e strutturate per garantire condizioni dignitose alle madri, soprattutto a quelle che vivono in contesti più fragili”.
Quali politiche pubbliche servirebbero per sostenere queste madri?
“Prima di tutto, è fondamentale intervenire fin dall’inizio, promuovendo una cultura della condivisione delle responsabilità familiari. È indispensabile equiparare i congedi di paternità a quelli di maternità, per riequilibrare i carichi di cura all’interno delle famiglie. Serve poi una strategia nazionale coerente per la genitorialità, che accompagni le madri sin dalla gravidanza fino all’inserimento scolastico dei figli. È urgente ampliare l’offerta di asili nido pubblici, garantire maggiore flessibilità nei luoghi di lavoro e introdurre sostegni economici strutturali, estesi a tutte le madri, non solo a quelle con contratti stabili. Penso, ad esempio, alle detrazioni fiscali oggi destinate prevalentemente alle lavoratrici a tempo indeterminato, che godono già di una maggiore stabilità economica: è necessario rivedere questi strumenti per renderli più equi e inclusivi”.
Come incide, dal punto di vista psicologico, il fatto che molte madri single non riescano a lavorare o siano costrette ad accettare impieghi precari?
“Le madri sole si trovano spesso a dover scegliere tra il lavoro e la cura dei figli, senza il supporto di una rete familiare o di servizi adeguati. Questo le obbliga a rinunciare a opportunità lavorative o a restare intrappolate in impieghi precari e mal retribuiti. Nel lungo termine, ciò significa minori prospettive di carriera, salari più bassi, contributi pensionistici insufficienti e, soprattutto, un alto rischio di trasmettere la povertà ai figli. Tutto questo potrebbe avere un significativo impatto anche sul benessere psicologico: le madri potrebbero vivere un senso di frustrazione, isolamento e infelicità che inevitabilmente si rifletterebbe sui figli. Per questo è essenziale avviare un sistema strutturato di supporto, che comprenda servizi sociali, psicologici ed educativi capaci di accompagnare davvero queste donne nel loro percorso”.

