L’attualità della povertà francescana per il XXI secolo

La povertà francescana come chiave per leggere crisi economiche, disuguaglianze e ambiente, tra sobrietà, relazione e giustizia sociale

Immagine creata con Chatgtp

Il verbo latino habere non è un verbo neutro, ma un verbo che rinvia a una specifica antropologia, secondo cui l’uomo si percepisce dotato di un certo potere, con cui persegue determinati obiettivi. Il godimento delle cose conquistate è successivo. L’’avere’ fa tutt’uno con il ‘volere’, ed entrambi rendono conto della nostra ‘visibilità’ nella società. E’ il senso della proprietà. Di riflesso, il non-habere o ‘povertà’ evoca un’antropologia “kenotica”, secondo cui l’interiore prevale sull’esteriore, lo spirituale sul materiale, il trascendente sul visibile. Se la proprietà indica un modo d’essere fatto di cose e per cose, la povertà descrive un modo d’essere ispirato al ‘valore’ della vita di ognuno, oltre ogni possibile concretizzazione. In altre parole, si può dire che, se colui che possiede pensa prima alle cose e poi alle persone, colui che sceglie la povertà privilegia le persone e in loro funzione si occupa delle cose, ritenendo che, prima delle cose e dunque prima del dominium o di qualsiasi potere, c’è l’altro.

La povertà francescana, lungi dall’essere un residuo medievale, parla con sorprendente forza al nostro tempo. Non come nostalgia di un passato ascetico, ma come categoria critica capace di interrogare le contraddizioni dell’economia globale: disuguaglianze crescenti, consumo illimitato, fragilità sociali, crisi ambientale, solitudini economiche. La povertà, nel senso francescano, non coincide con la miseria: è un modo di abitare il mondo senza possederlo, di usare i beni senza esserne usati, di vivere la ricchezza come responsabilità e non come dominio. In questo senso, essa diventa una lente per leggere le sfide contemporanee.

Anzitutto, la povertà come limite e antidoto alla dismisura. Viviamo, infatti, in un’economia fondata sull’illimitato: crescita infinita, consumo senza freni, accumulo come misura del successo. La povertà francescana introduce un principio opposto: il limite. Non un limite imposto dall’esterno, ma un limite scelto, che nasce dalla consapevolezza che: il desiderio umano non può essere saziato dai beni; la ricchezza senza misura genera fragilità; la dismisura economica produce dismisura sociale e ambientale.

In un mondo segnato dalla crisi climatica e dall’esaurimento delle risorse, la povertà francescana diventa una forma di ecologia integrale (enciclica Laudato sì), anticipando intuizioni oggi centrali nella riflessione etica e politica.

Inoltre, l’uso dei beni come responsabilità sociale. La povertà francescana non chiede di rinunciare al mondo, ma di trasformarlo. Non propone la miseria, ma la libertà. Non chiede di fuggire dalla ricchezza, ma di convertirla in bene comune. Non invita a disprezzare i beni, ma a usarli con giustizia L’usus pauper della Regola non è, quindi, un rifiuto dei beni, ma un modo di usarli in modo sobrio, giusto, condiviso. Questa idea trova oggi applicazione in molte pratiche economiche emergenti: consumo responsabile; economia circolare; riduzione degli sprechi; riuso e riparazione; stili di vita sobri; attenzione alla filiera produttiva.

L’uso povero diventa così una forma di giustizia quotidiana, un modo di vivere l’economia come relazione e non come appropriazione.

Infine, la reciprocità, la sobrietà come stile di vita condivo e il credito come strumenti di inclusione. La povertà francescana, infatti, ha sempre generato forme di reciprocità: confraternite, Monti di Pietà, reti di solidarietà. Oggi questa logica riemerge in molte esperienze: cooperative sociali; imprese di comunità; banche del tempo; reti di mutuo aiuto; economia solidale; welfare di prossimità. Sono tutte forme di economia che non si basano sulla massimizzazione del profitto, ma sulla massimizzazione delle relazioni. La reciprocità non sostituisce il mercato, ma lo umanizza. La sobrietà francescana non è rinuncia ascetica, ma un modo di vivere che libera energie, tempo, relazioni.  Oggi si traduce in scelte quotidiane che hanno un impatto reale sulla qualità della vita e sulla giustizia sociale: riduzione del superfluo, non per mortificarsi, ma per lasciare spazio a ciò che conta: relazioni, tempo, cura; consumo consapevole, scegliendo prodotti che rispettano persone e ambiente e evitando filiere opache; uso responsabile delle risorse. Per giunta, i Monti di Pietà sono stati i primi esempi di finanza etico-sociale. Oggi la loro eredità vive in: microcredito; finanza etica; banche cooperative; fondazioni comunitarie; strumenti di credito solidale. L’idea francescana è semplice e rivoluzionaria: il credito non è un privilegio, ma un diritto sociale. Il denaro può essere strumento di liberazione, non di oppressione.

La povertà francescana ispira un modo diverso di fare impresa, in cui il profitto non è l’unico criterio. È un modo di fare economia che vede l’impresa come attore sociale, non solo produttivo Oggi questo si traduce in: imprese sociali che reinvestono gli utili nella comunità; cooperative fondate sulla partecipazione e sulla mutualità; aziende benefit che integrano obiettivi sociali e ambientali nello statuto; reti di economia civile che promuovono filiere etiche e trasparenti.

Ma la povertà francescana non è solo un insieme di pratiche: è una visione dell’essere umano. Propone come fondamento antropologico la spiritualità:

  • l’essere umano non è un individuo isolato, ma un essere-in-relazione;
  • la felicità non nasce dal possesso, ma dalla reciprocità;
  • la libertà non è fare ciò che si vuole, ma liberarsi da ciò che ci possiede;
  • la ricchezza non è accumulo, ma dono.

In un tempo in cui l’economia rischia di diventare disumana, la povertà francescana offre un criterio per restituire all’economia il suo volto umano: la centralità della persona, la dignità del lavoro, la cura della comunità, la giustizia nelle relazioni. Questa antropologia è la radice profonda dell’economia civile italiana e può diventare oggi un antidoto alla cultura dell’individualismo e della competizione permanente.

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