L’arte di tessere il Sacro: i 400 anni di San Pietro in mostra ai Musei Vaticani

Mostra ai Musei Vaticani dedicata all'arazzeria Barberini. Alessandra Rodolfo racconta la sfida di esporre la storia e il sacro tra arte, fede e restauri

A sinistra Alessandra Rodolfo, curatrice della mostra. Foto Vatican Media. A destra, la Trasfigurazione. Foto Francesco Vitale

Un viaggio nel cuore della Roma del Seicento per riscoprire il legame indissolubile tra potere, arte e liturgia. Ai Musei Vaticani, la mostra “L’arazzeria Barberini. La Resurrezione e la dedicazione della Basilica Vaticana” celebra un anniversario straordinario: i 400 anni dalla consacrazione della Basilica di San Pietro, avvenuta il 18 novembre 1626. L’allestimento, frutto di una sinergia senza precedenti tra diverse istituzioni vaticane — tra cui la Biblioteca Apostolica e la Fabbrica di San Pietro — ricostruisce il momento fondativo del tempio della cristianità e l’eccellenza della celebre manifattura Barberini. Alessandra Rodolfo, curatrice della mostra e responsabile dei Reparti per l’Arte dei secoli XVII-XVIII e Arazzi e Tessuti dei Musei Vaticani, ci guida tra i segreti di queste monumentali “pareti mobili”, rivelando come la luce e la storia possano restituire splendore a manufatti che un tempo sfidavano per prestigio la grande pittura.

L’Intervista

Dottoressa Rodolfo, questa mostra è un intreccio affascinante di storia, cultura e spiritualità. Qual è il significato profondo di questo percorso espositivo?

“Certamente il fattore religioso è stato l’elemento fondante. Sebbene gli arazzi siano stati scelti per illustrare la sapienza della Manifattura Barberini, la selezione è ricaduta su due momenti cruciali per la Chiesa Cattolica: la Resurrezione e il ricordo della dedicazione della Basilica di San Pietro, avvenuta 400 anni fa. I Musei Vaticani possiedono una vastissima collezione di arazzi Barberini, ma questi due soggetti rappresentavano le radici stesse della nostra istituzione”.

L’arazzo è un genere artistico particolare. Da cosa viene catturato il visitatore che entra in contatto con queste opere per la prima volta?

“Credo che il pubblico sia incuriosito da un manufatto oggi considerato un po’ “raro” rispetto alla grande pittura. Spesso l’arazzo viene percepito come un genere desueto, perché siamo abituati a vederli scoloriti o illuminati male. In questa mostra, grazie a un importante lavoro di illuminotecnica, siamo riusciti a restituire parte della loro magnificenza originaria. Sebbene i colori nel tempo siano virati, basti pensare che per vedere le tinte originali bisognerebbe guardare il retro: lì si scoprono colori squillanti e incredibili, come negli arazzi di Raffaello. All’epoca, queste opere erano considerate alla pari, se non superiori, alla pittura”.

Torniamo alla scelta dei soggetti: come avete motivato l’esposizione della “Resurrezione” e della “Dedicazione”?

“La Resurrezione è un omaggio pasquale, mentre la Dedicazione celebra un evento talmente fondativo per la Chiesa Romana che era impossibile non esporlo. Solitamente quest’ultimo arazzo si trova nella Galleria degli Arazzi, ma abbiamo voluto isolarlo qui per dargli un respiro nuovo”.

Non solo tessuti, però: l’esposizione è arricchita da altri preziosi documenti storici. Come dialogano tra loro?

“L’obiettivo era creare un contesto vivo. Abbiamo affiancato all’arazzo della Dedicazione il busto di Urbano VIII di Gian Lorenzo Bernini e due medaglie celebrative concesse dalla Biblioteca Apostolica Vaticana. A completare il quadro c’è il diario di Francesco Speroni, prestato dalla Fabbrica di San Pietro, che racconta nei dettagli quella cerimonia. Mi sembra che in questo modo tutto torni: l’arazzo smette di essere solo un oggetto decorativo e diventa un documento storico e di fede di straordinaria importanza”.

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