L’arte che cura: la disabilità in scena con il Teatro Patologico

In occasione della Giornata mondiale del teatro, Dario D’Ambrosi, fondatore del Teatro Patologico, spiega a Interris.it cosa rende speciale quest’arte

Teatro Patologico. Foto © Benvegnù e Guaitoli da Imagoeconomica.

“Il grande teatro mette in discussione il nostro modo di pensare e ci incoraggia a immaginare ciò a cui aspiriamo”. Sono parole di Willem Dafoe, attore, attualmente direttore artistico della Biennale Teatro di Venezia, in occasione della Giornata mondiale del teatro, la ricorrenza istituita dall’International Theatre Institute e dall’Unesco per celebrare ogni 27 marzo questa forma d’arte performativa. Dario D’Ambrosi da quarant’anni abbatte le barriere e attiva connessioni tra mondi che altrimenti sarebbero rimasti distanti e separati, portando sulle assi del palcoscenico una compagnia di attori formata da persone con disabilità e disagio mentale con il Teatro Patologico. Un progetto che è andato oltre la scena, le quinte e il sipario, approdando nel mondo universitario e in quello della ricerca scientifica.

Un mondo da raccontare

La decisione di lavorare con la disabilità mentale è arrivata alla fine degli anni Settanta, dopo un’esperienza all’interno di un ospedale psichiatrico milanese. “Lì ho visto che c’era un mondo che il teatro poteva raccontare in maniera diretta”, dice D’Ambrosi a Interris.it, “e con il primo spettacolo ho capito che per scuotere le persone ci voleva qualcosa di rivoluzionario”. Il suo teatro è arte, cura e qualcos’altro che va oltre entrambe. “In questi decenni abbiamo abbattuto molte barriere, perché l’applauso che voglio sentire alla fine deve essere sincero, rivolto agli attori, e non patetico. Le persone che assistono ai nostri spettacoli poi mi raccontano di essersi emozionate, perché quella che vedono è arte pura. Quando un attore o un’attrice della compagnia fa una pausa, non è una questione di tecnica o di limiti accademici, ma come se andasse in un’altra dimensione. E questo il pubblico lo sente, lo vive”.

Il fondatore del Teatro Patologico, Dario D’Ambrosi. Foto gentilmente concessa

La terapia del teatro

La visione e il modus operandi di D’Ambrosi sono usciti dalle sale per diventare nel 2016 un corso universitario all’Università di Roma Tor Vergata, denominato “Teatro Integrato dell’Emozione”, e oggetto di studio medico da parte degli scienziati statunitensi. La sua esperienza di lavoro con oltre 1.700 persone con patologie di varia natura gli è valsa conferimento del titolo di professore emerito honoris causa presso l’ateneo capitolino e gli consente di spiegare che la sua teatro-terapia non è un gioco, ma un metodo di cura. “La chiave rivoluzionaria della teatro-terapia è la scoperta della forza delle emozioni. Non si tratta di indossare una pallina rossa sul naso, ma di esercizi molto intensi che aiutano a conoscere la dimensione della felicità e quella del dolore, la tristezza del pianto e la positività del sorriso”.

La Compagnia del Teatro Patologico nello spettacolo “Pinocchio”. Foto gentilmente concessa

Alcuni numeri

Nel 2024, meno di un italiano su quattro è andato almeno una volta a teatro, comunque in lieve miglioramento sul periodo pre-pandemia. Sale la partecipazione dei giovani fino ai 17 anni, spesso legata a iniziative scolastiche. In generale, l’84% degli spettatori va ad assistere a uno spettacolo non più di tre volte l’anno, dicono i dati Istat. Come portare più gente a teatro e con maggiore frequenza?, chiediamo a D’Ambrosi. “Bisognerebbe rendere il teatro una materia obbligatoria a scuola”, risponde, “non si tratta di vedere qualcuno interpretare dei personaggi sul palco, ma di provare e conoscere le emozioni”.

Guardarsi negli occhi

Il disagio giovanile negli ultimi anni emerge in maniera sempre più netta, tra ansia, problemi di autostima ed episodi di bullismo. Gli under30 chiedono un aiuto che sia fatto, anche di ascolto e relazione. “Oggi lo sguardo è fisso sugli schermi, ma il teatro dà la possibilità di guardarsi negli occhi”, riflette il regista, “la potenza del teatro è tale da rompere la quarta parete tra gli attori e gli spettatori, generando un’emozione che abbraccia tutti”.

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