Un cambio di paradigma radicale, che rimetta al centro la sacralità della Terra e la dignità universale dell’essere umano. Raccogliendo il testimone della cultura indigena e l’invito del compianto Papa Francesco a “fare casino”), Daniela Alba, Advocacy Coordinator del Segretariato di Giustizia Sociale ed Ecologia della Compagnia di Gesù, spiega a Interris.it la netta distinzione tra il progresso tecnologico e le sue ombre più oscure, come lo sfruttamento del lavoro minorile nella Repubblica Democratica del Congo per la filiera degli smartphone. Secondo Alba, l’umanità si trova oggi di fronte a un bivio definitivo: imparare una reciprocità rispettosa con il pianeta o rischiare di perdere tutto. Una sfida che passa anche attraverso un dialogo geopolitico serrato e non per forza pacifico, perché – come insegna la natura stessa – è dal contrasto e dal conflitto che spesso nasce la nuova vita.
L’intervista
Daniela, lei usa un’immagine molto potente, parlando della Terra non come un oggetto da sfruttare, ma come un essere vivente. Che cosa significa, concretamente, rimettersi in ascolto del pianeta?
“È fondamentale capire che la Terra è un essere vivente, esattamente come me e come lei. La Terra agisce, parla. I nostri nonni ci ricordano che ogni volta che piove, in realtà, la Terra ci sta parlando; siamo noi che non sappiamo più ascoltarla perché abbiamo messo da parte la nostra “Madre Terra”. Oggi ci troviamo a un punto di svolta definitivo: o impariamo a convivere con lei in una relazione di rispetto reciproco, o rischiamo di perdere tutto, davvero tutto. Questo è un messaggio che noi popoli indigeni – e in particolare chi tra noi vive all’estero e ha la possibilità di far sentire la propria voce fuori dai confini nativi – portiamo avanti con forza. È un appello che racchiude la nostra storia e la nostra cultura, ma che in fondo tocca le radici di ogni essere umano.
“Oggi viviamo immersi nella tecnologia. Abbiamo a disposizione software digitali straordinari, eppure non dobbiamo dimenticare le nostre responsabilità. Quanto è cruciale, oggi, trovare un equilibrio tra progresso tecnologico e custodia del creato?
“È un rapporto importantissimo, anche perché siamo arrivati a un punto in cui molti pensano che il dialogo non sia più possibile. Ma riflettiamo: se gli strumenti creati per fare grandi passi in avanti non possono essere usati per il bene, di cosa stiamo parlando? La storia dell’umanità dimostra che siamo capaci di usare le nostre stesse invenzioni sia per fare un grande male, sia per fare un grande bene. In questo momento storico siamo chiamati a decidere da che parte stare. Papa Francesco ci diceva, usando un’espressione spagnola a lui cara, “fate rumore”, muovetevi, fate casino. Noi abbiamo risposto a questo invito chiaro: vogliamo promuovere un dialogo profondo, che parta dalle nostre radici e che esplori ciò che è davvero possibile fare per il futuro”.
Le nuove generazioni si trovano tra le mani una responsabilità enorme. Come possiamo educare i giovani a cogliere la bellezza e il valore che nascono dalla Terra, magari partendo da piccoli gesti quotidiani?
“Dobbiamo partire da un presupposto universale: la Terra è di tutti e tutti abbiamo la stessa dignità umana, che va rispettata. Non è tollerabile che un bambino o una bambina, per via della propria etnia o del luogo in cui nasce, non abbia accesso alla stessa acqua pulita di cui gode un bambino qui a Roma. Non è possibile accettare che un bambino nella Repubblica Democratica del Congo debba scavare il litio per permettere a me e a lei di avere l’ultimo modello di smartphone”.
Possiamo quindi pensare e agire in un modo diverso?
“Abbiamo l’abilità, l’ingegno, la curiosità e, soprattutto, quell’amore per gli altri di cui tanto parliamo. Spesso diciamo di volere la pace, ma la pace non è la semplice assenza di conflitto. Il conflitto esiste ed è persino necessario: la natura stessa ci insegna che il contrasto, a volte, genera vita. Pensiamo a un’isola che nasce dall’eruzione di un vulcano: è un conflitto naturale, ma crea nuova terra e nuova vita. Allo stesso modo, il dialogo non deve essere per forza accomodante, non dobbiamo essere sempre tutti d’accordo su tutto. Ma dobbiamo avere la capacità di dialogare per costruire un mondo in cui la pace sia fondata sulla dignità dell’altro e sulla consapevolezza che tutti abbiamo gli stessi diritti. Questo deve regnare sopra ogni altra cosa”.

