La “teoria del piano piano”: contro la fretta della società consumistica

Nel linguaggio comune, tutti deplorano i tempi frenetici ma, di fatto, ne costituiscono gli adepti: ne sono vittime, in ogni caso, chi li detta e chi li subisce

Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash

La “teoria del piano piano” rappresenta, oggi, un modus operandi, a livello mondiale, basato sulla riscoperta di una relativa lentezza, necessaria per riflettere, prendere decisioni, avviare cambiamenti o progetti. Implica una maggior considerazione sulle proprie attività e un atteggiamento fondamentalmente speranzoso, con l’augurio che, “piano piano”, tutto si sistemerà. Si contrappone all’esigenza frenetica e rapida del risolvere tutto e in breve tempo da soli (al confine con un personale convincimento di onnipotenza), senza l’aiuto degli altri e del divino.

Nella società della frenesia e del “tutto e subito”, in cui anche la diversa velocità di elaborazione di un computer (variabile nell’ordine di decimi di secondo) può avere il suo peso, la gradualità del pensiero e dell’azione diviene qualcosa di anacronistico e di inutile, da scartare. La stessa società, abbandonata al culto della competizione, spinge i suoi appartenenti a non rimanere indietro, né giungere tardi, a non essere risucchiati dal fallimento. Arrivare in ritardo è considerato, infatti, come un non aver partecipato e non posseder diritto e voce in capitolo.

La rapidità onnipresente coinvolge qualsiasi aspetto: il ragionamento, il comportamento, la crescita personale sia spirituale sia fisica. Il bambino desidera crescere in fretta e approfittare dei vantaggi di un’età adulta, non assaporando il suo giusto tempo di maturazione. L’adulto annaspa nelle rapide del fiume, ancorato ad arbusti e pietre, poi scaraventato giù, fra i detriti. L’anziano comprende alla perfezione la teoria del piano piano e rimpiange di non averla adottata.

I dettagli vanno considerati con i giusti tempi, la rapidità, invece, tende al superficiale, sia per gli aspetti materiali sia per quelli spirituali. Altra esemplificazione: giungere all’obiettivo con il giusto appetito, saziandolo mano mano, scegliendo le pietanze più opportune, senza ingurgitare, sbrigativamente, ogni pietanza a tiro. Gli appelli dei neuroscienziati sono sempre rivolti a un utilizzo attento del cervello, rispettoso dei tempi, evitando situazioni di estremo e continuato impegno, salvaguardandolo da inutili pressioni e dalle chimere del multitasking.

Al tempo stesso, la lentezza non deve sconfinare in tiepidismo, abbandono, fatalismo: impone sempre volontà e determinazione. La rinuncia all’azione e al pensiero, difatti, conduce a uno stato, deprecabile, di apatia e pigrizia. I movimenti “slow life” (vita lenta) professano e promuovono un’esistenza più equilibrata, al giusto passo, tra impegno e riposo, con il rispetto dei giusti tempi.

Papa Francesco, durante l’Angelus del 16 giugno 2024, affermò “Nella semina, per quanto il contadino sparga ottima e abbondante semente, e per quanto prepari bene la terra, le piante non spuntano subito: ci vuole tempo e ci vuole pazienza! Perciò è necessario che, dopo aver seminato, egli sappia attendere con fiducia, per permettere ai semi di aprirsi al momento giusto e ai germogli di spuntare dal terreno e di crescere, abbastanza forti da garantire, alla fine, un raccolto abbondante […] Anche il Regno di Dio è così. Il Signore mette in noi i semi della sua Parola e della sua grazia, semi buoni e abbondanti, e poi, senza mai smettere di accompagnarci, aspetta con pazienza. Il Signore continua a prendersi cura di noi, con la fiducia di un Padre, ma ci dà tempo – il Signore è paziente”.

Andrea Köhler, giornalista, ha realizzato il volume “L’arte dell’attesa”, pubblicato da “ADD Editore” nel settembre 2022. Parte dell’estratto recita “Se ci fermiamo a pensare, sarà facile accorgerci che molta parte della nostra vita altro non è che una lunga attesa di qualcosa che è alle porte, e che proprio quell’attesa è la parte più ricca del nostro vivere. […] L’autrice attraversa il tempo con la grazia della scrittura e della letteratura per condurre il lettore in una dimensione che non sappiamo vedere, ma in cui siamo perennemente immersi, facendoci capire che il tempo di chi aspetta è un tempo da coltivare con cura”.

Il sito nonsprecare.it, al link https://www.nonsprecare.it/mancanza-tempo-fretta-lavoro-tecnologia-importanza-recupero-vita-privata?refresh_cens, afferma “Un’ora dura meno se andiamo di fretta […] Capita anche di avere più soldi, ma di non trovare il tempo di spenderli. Non sappiamo più gestire il tempo. […] Vite di fretta, Vite sprecate, e tempo perso. Mentre non ci risparmiamo a smanettare con lo smartphone (lo guardiamo in media 200 volte al giorno), abbiamo infilato la nostra vita nel tunnel dell’andare sempre e comunque di corsa. Il risultato è che, con quest’ansia, un’ora dura meno, dai cinque ai quindici minuti, e dunque sprechiamo tempo prezioso. Questa statistica è stata certificata da uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research”.

wearesocial.com, al link https://wearesocial.com/it/blog/2025/02/digital-2025-i-dati-italiani/, ricorda “In Italia, il 90% della popolazione è connesso a Internet, con un tempo medio online di quasi 6 ore al giorno, in leggera diminuzione rispetto allo scorso anno (5 ore e 39 minuti vs 5 ore e 49 minuti), ma il tempo sui social conferma i dati del 2024. Con 1 ora e 48 minuti al giorno trascorsi in media sulle piattaforme, gli italiani dimostrano di aver ormai integrato i social media nella propria routine quotidiana”.

Il 15 settembre scorso, ilsole24ore.com riportava, al link https://www.ilsole24ore.com/art/ambiente-italiani-trascorrono-90percento-proprio-tempo-chiuso-22-ore-giorno-uffici-scuole-e-case-AFbpXUuD?refresh_ce, uno studio dell’Accademia di biofilia, in cui si evinceva “Gli italiani trascorrono in totale il 90% del proprio tempo all’interno di spazi chiusi, e per circa 22 ore al giorno si ritrovano in ambienti indoor […] Negli uffici pubblici e privati dove è stato creato un ambiente attento al benessere delle persone inserendo elementi naturali (a esempio ampie finestre con vista sull’esterno e abbondante luce solare, presenza di piante, forme, materiali e colori naturali, ventilazione e profumi naturali, spazi tranquilli per la rigenerazione mentale e fisica) la produttività aumenta in media dell’11% mentre la qualità delle performance dei lavoratori cresce in una forbice compresa tra il 10% e il 25%; lo stress si riduce in media del 37% e l’assenteismo del 16%”.

Le sfide, le competenze (a esempio “come diventare milionari in una settimana”, “come dimagrire in due giorni”, “come essere felici in un’ora”, ecc.) spesso si “vendono” nel web e illudono ancora di più nella conquista facile e iperveloce. Risulta evidente come la navigazione frenetica, irrazionale, spesso vuota, dei social contribuisca a legittimare la corsa. La gradualità implica scelte, quindi mutabilità e libertà, la fretta conduce all’imposizione, al controllo, all’uniformità. Fra le conseguenze dell’ipervelocità circostante, in grado di cambiare le abitudini umane, vi sono l’incapacità e il rifiuto dell’attesa.

Il pensiero veloce può condurre a decisioni errate senza rimedio, a sottovalutazioni o sopravvalutazioni irreversibili. Una politica dei piccoli passi e un approccio cognitivo misurato possono evitare tali degenerazioni. I detrattori della calma dovrebbero comprendere come il tempo lento non sia vuoto.

La velocità offre ricompense materiali non di poco conto, a esempio nell’esaltazione/gratificazione di ricevere un pacco prenotato il giorno stesso o, nella peggiore delle ipotesi, quello precedente. Il consumismo si celebra nel poter spendere e acquistare quasi in ogni momento del giorno, sia on line sia fisicamente. Tale consumismo, tuttavia, fagocita anche sentimenti, pensieri, riflessioni, semplici azioni; brucia amicizie e relazioni, ne crea e ne distrugge. Non corre per il prossimo ma sul prossimo, lo utilizza, lo misura e giudica se sia funzionale o da scartare.

La fretta è lo status symbol della persona di successo, che contrasta il mondo “cattivo” con la propria resistenza. Chi è (o si proclama) manager deve ostentare tempi ristretti, poche opportunità di dialogo e ascolto, spostamenti, chiamate e impegni inderogabili, anche a costo di rovinare le relazioni sociali. La persona megalomane, nella sua iperattività si ritiene infallibile e in grado di compiere operazioni non comuni. La sua ambizione lo conduce a una pessima considerazione del prossimo, valutato come un essere inferiore, incapace di essere alla sua altezza. Il vanaglorioso, lesto e intelligente, si ritiene migliore degli altri. Una frase molto eloquente (e ricorrente) in questo senso è “Ci penso io perché tu non sai fare niente”. Si tratta di un pensiero che esprime pochissima fiducia nell’altro accanto, sia familiare, del gruppo dei pari, amico, partner, collega.

Un’altra delle locuzioni egoistiche e presuntuose più classiche, si sublima nell’affermare “Non ho bisogno di nessuno, faccio tutto da solo”. L’intento, pur nobile, di impegnarsi in prima persona senza ricadere sugli altri e profittare dell’altrui fatica, di adoperarsi attivamente e, al tempo stesso, offrire e ricevere aiuto, viene, dunque surclassato ed esasperato all’estremo.

La superbia ricerca il successo in tempi brevi e la riuscita in qualsiasi situazione, costi quel che costi: non fa prigionieri, travolge nel suo cammino e si materializza in una convinzione, oggettiva, di non aver limiti, anche di natura morale, spirituale, religiosa. Lo Spirito, invece, procede, non corre al passo del consumismo.

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